Capitolo 2 - Dan

106 5 0
                                        

Quando la mattina arrivammo davanti alla mia nuova casa, la smorfia sul mio volto era leggibile da chilometri di distanza. Rifiuto, rifiuto e ancora rifiuto.
La parola rifiuto non uscì più dalla mia testa, dal giorno in cui mio padre e Sonia, la sua nuova compagna, mi invitarono a pranzo in uno sbalorditivo ristorante.
L'argomento del giorno era "andare a vivere tutti insieme". Peccato che la parola insieme, non faceva parte del mio vocabolario. Nel mio mondo, c'ero io e soltanto io. Ero cresciuto da solo e da solo volevo continuare a vivere, chiedevo troppo?
Annunciarono che loro si amavano e desideravano che formassimo una famiglia. Un'unica felice famiglia. Ma se fosse stato un desiderio, avrebbero dovuto chiedermi cosa ne pensassi di quella straordinaria idea, ma non fu così.
L'atteggiamento era tipico di mio padre, ormai ne ero abituato.
Ricordo che il mio non fu l'unico sguardo di disapprovazione a quell'idea. Fu la prima volta che la vidi veramente, dall'altra parte del tavolo, esattamente di fronte a me. Gli occhi bassi, socchiusi, color giallo con striature verdi. Mi sembrò così triste. Lei. Era ancora fresca di separazione. Sua madre aveva appena divorziato e già andava a convivere con un altro, certo non doveva essere semplice.
Provai pena per lei, ma solo quel giorno.

Beep. Beep.
Risalì svelto sul marciapiede. In tempo per vedere un'Alfa Romeo nera sfrecciare via.
«Coglione!» urlai verso la macchina, ormai troppo lontana per sentirmi. Girai l'angolo e mi ritrovai, di nuovo di fronte alla mia nuova casa. Il giro che mi ero fatto dell'isolato non era servito a niente. Mi sentivo ancora un pesce fuor d'acqua.
Non era male, dal punto di vista estetico. Una bella villa a due piani, oltre alla taverna ed al sottotetto. I vecchi proprietari avevano da poco installato una grande piscina nel giardino interno. Avevo già in mente di fare qualche festa notturna.
Vidi Sonia e papà uscire dalla porta d'ingresso. Non erano male come coppia, ma conoscevo bene mio padre e non so per quanto sarebbe riuscito a sopprimere i suoi istinti naturali, verso le donne.
Ma ad un tratto il mio sguardo fu rapito da lei. Mi avvicinai e osservai attentamente la scena.
Stava cercando di prendere uno scatolone, ma era evidentemente troppo pesante, così finì col romperlo.
Inizia a ridere, davanti a quella buffa scena.
Lei si girò a guardarmi e la sua espressione s'incupì. Le sopracciglia inarcate e la bocca storta, la rendevano ancora più buffa in quella situazione. Era nera dalla rabbia.
«Daniel! Aiuta Luna con lo scatolone, invece di rimanere lì impalato!» sentì urlare mio padre a pochi metri di distanza.
Luna. Chi darebbe un nome del genere alla propria figlia? Sonia è la risposta. Lei si che era al passo con i tempi.
Solo per non sentirlo più parlare, l'aiutai. Presi da dentro al camion dei traslochi un nuovo scatolone e glielo porsi.
«Grazie.» mi rispose a denti stretti. Era arrabbiata. Forse perché la mia bocca sorrideva ancora, spontaneamente. Non riuscivo a farne a meno, almeno fino a che non fosse scomparsa dal suo viso quell'espressione da cucciola.

Ad ogni costoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora