Mi fissava a bocca chiusa. Vivevamo sotto lo stesso tetto da due settimane, eppure non mi ero mai accorta di quanto fosse bello.
Bello? Luna ma che dici?
Quei capelli castano scuro, non pettinati e gli occhi verde smeraldo gli donavano un non so che di affascinante.
Il viso irregolare, con gli zigomi pronunciati e quel piercing alla lingua era dannaramente sexy.
In quel momento però c'era dell'altro. Il suo sguardo era intenso, come se volesse comunicarmi qualcosa.
Era come se il tempo si fosse fermato, per noi.
Ero confusa e imbarazzata. Mi continuava a fissare e mi dovetti sedere accanto a lui. Mi girava la testa.
Mi guardò senza dire una parola.
Smettila. Ti prego, girati. Urlava una voce nella mia testa. Ma lui non la sentiva e il suo sguardo non abbandonava la presa.
«Signor Valli?» domandò una voce proveniente dalla presidenza.
La sentimmo entrambe, ma restammo immobili.
Poi istintivamente, in quella situazione imbarazzante, mi morsi il labbro inferiore e come per incanto l'incantesimo svanì.
Daniel si alzò e andò verso la presidenza. Non disse nulla.
Quella fu la nostra prima vera conversazione.
Per qualche minuto rimasi fuori dalla stanza della presidenza ad aspettare. Ma rimaneva chiusa. Non si sentiva nulla. Mi avvicinai e poggia l'orecchio alla porta.
Niente.
Guardai l'orologio in alto a destra. Erano le undici e cinque. Mi ritornò in mente l'emozione provata prima. I suoi occhi che non mi davano tregua, mi ripiombarono nella mente. Sentii un brivido, che mi passò per tutto il corpo. Avevo caldo.
«Bianchi... cosa ci fa qua?» mi domandò una voce familiare. Avevo gli occhi aperti, ma non vedevo realmente. Era tutto verde. Verde smeraldo.
«Professoressa Sandrilli... io... io... »
Non sapevo cosa risponderle. Cosa ci facevo li?
«Tutto bene?» mi chiese mettendomi una mano sulla spalla. Era una donna bassa, magra e anziana. La sua mano scheletrica e fredda mi riportò al presente, e come se stessi riprendendo vita, tirai un sospiro e le risposi.
«Ora devo andare... salve prof.»
Corsi in bagno. Chiusi la porta alle mie spalle e aprii il rubinetto. Misi sotto una mano e aspettai che l'acqua diventasse ghiacciata, solo allora mi bagnai il viso.
Mi guardai nello specchio. Il trucco era svanito. Due evidenti occhiaie si facevano strada tra le guance rosse.
Luna? Luna dove sei?
Mi ero persa. Avevo un'espressione così strana. Credo di non averla mai vista. Nello specchio era riflessa una Luna diversa.
Mi sentivo felice e allo stesso tempo arrabbiata.
Com'era possibile che mi era bastato uno sguardo di Daniel a provocarmi quelle emozioni? E perché proprio ora, che sono già incasinata con Marco,
Avevo voglia di rompere qualcosa. Osservai sul lavandino il porta sapone in ferro. Perfetto!
Lo afferrai e lo tirai contro lo specchio. In pochi istanti il bagno fu inondato di schegge di vetro.
Guardai per terra e vidi il riflesso del mio viso.
Forse non mi ero persa. Quella ero io.
Un'ora dopo mi trovavo ancora in infermeria. Alcune schegge mi si erano conficcate nella mano destra. Mannaggia a me. Facevano un gran male.
Per fortuna non erano necessari punti di sutura, avevo già fin troppe cicatrici.
«Aiah!» esclamavo ad ogni scheggia che mi sfilava la professoressa di educazione fisica.
«Io non ho ancora capito come possa essere successa una cosa del genere!» esclamò la vice preside che era accorsa appena aveva saputo. Per come l'avevo raccontata io, la scuola si doveva ritenere fortunata che non sporgessi denuncia.
«Ho chiuso la porta e l'ho visto muoversi, così d'istinto ho allungato una mano per cercare di prenderlo, ma era troppo tardi e mi si è infranto sulla mano. Mi spiace... io volevo solo evitare questo!» esclamai a voce bassa, guardandomi la mano.
«L'importante è che non sia successo nulla di irreparabile!» esclamò la prof. di educazione fisica, cercando di tranquillizzare la vicepreside.
«Certo... ora devo andare! Ma non prima che tu mi assicuri di non sporgere denuncia!» esclamò la vicepreside.
«Non si preoccupi. E' stato solo un incidente!»
Quella sera a casa Valli-Bianchi regnava il silenzio. Giorgio teneva la forchetta con la mano sinistra e con la destra scriveva sul Notebook nero. La scena era buffa. Ogni tanto la sua mano sinistra sbagliava buco e invece di introdurre cibo in bocca, si inforcava il naso.
Mamma invece era assorta in chissà quali pensieri. Forse stava ancora pensando al mio piccolo incidente, ma non credo.
Marta era a cena da una sua amichetta, che aveva organizzato una specie di pigiama party. Ma guai a chiamarlo così, quelle sono cose passate. Non smetteva di dirmelo da una settimana. Queste piccole donne d'oggi.
Lui non c'era. Quel giorno, dopo la nostra conversazione in presidenza, non l'avevo più visto. Meglio così. Non era un fatto raro, che rimanesse a cena fuori. Erano più le cene che saltava, che quelle in cui c'era. E quando c'era era come se non ci fosse. Mangiava in fretta e se ne andava.
Chissà dove andava. Chissà dov'era ora. Luna?
Sentii il rumore della serratura. Tirai un grande respiro e socchiusi gli occhi. Incrocia le dita sotto al tavolo.
Fai che non sia lui. Fai che non sia lui...
«Daniel?» domandò Giorgio senza staccare lo sguardo dal monitor. A quanto pare non ero l'unica ad averlo sentito.
«Che c'è?» domandò Daniel.
Sentivo la sua presenza dietro di me. Era alle mie spalle. Quel profumo di sigaretta misto a menta era inconfondibile.
«Non ceni?»
«Ho già mangiato!» esclamò Daniel.
«Già... siediti!» comandò secco Giorgio.
Se fossimo stati in inverno, avrei richiesto l'intervento di un idraulico. Probabilmente l'acqua nei termosifoni era assente, perché in casa si sentiva un freddo glaciale. Ma non credo che in quella circostanza, un idraulico avesse potuto fare miracoli.
Daniel mi passò accanto. Prima di sedersi mi lanciò uno sguardo. Feci finta di nulla.
Ops... mi sa che hanno riacceso i caloriferi, che caldo!
«Mi ha chiamato la scuola...» iniziò il discorso Giorgio.
Osservai la mamma. Ora era attenta. Guardava il suo compagno e poi guardava Daniel.
«Non sono affari tuoi!»
«Sono tuo padre... si che lo sono!»
Daniel scoppiò a ridere. Una risatina isterica.
«Sono maggiorenne, solo ora ti ricordi di avere un figlio? Mi spiace per te, ma è troppo tardi!»
Daniel si alzò dal tavolo e se ne andò.
Se fossi stata io, sarei corsa via, dopo aver sputato un'offesa del genere. Lui invece se ne andò con tutta la calma possibile.
Giorgio era nero dalla rabbia, ma nei suoi occhi si intravedeva anche un luccichio di sconfitta.
Daniel non aveva torto. Ed ammetterlo è la cosa che fa più male.
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Ad ogni costo
RomanceLuna e' all'apparenza una brava ragazza come tante, con un carattere forte. Daniel sembra invece il solito ragazzaccio maleducato da tenere alla larga. Ma le cose non sono mai come appaiono. Due giovani sconosciuti costretti a convivere, una fami...
