Il suo sguardo volutamente spento mi fissò per pochi secondi prima di distogliersi e guardare quello che stavano facendo le sue mani. "No" rispose, "ho da fare, come vedi."
Okay, era tornato a starmi antipatico. Forse ero io fin troppo lunatica per avere una linea di pensiero logica per più di venti secondi. Presi la bottiglia, la stappai dopo varie manovre e aiuti esterni e bevvi per farmi passare la voglia di rispondere in modo maleducato. Sembrava odiarci con tutti i suoi pori - se la sua pelle possedeva dei pori -, le cellule morte, le piastrine e i globuli rossi e non comprendevo il perché. Forse alcuni di noi, ergo Andrea e la Silvia, erano stati maleducati i primi venti secondi della nostra conoscenza e forse lo ero stata anche io, ma solo dopo la sua di antipatia, ma questo non voleva dire che non potevamo d'accordo. Io, oltre la sua facciata da infame, l'avevo sopportato per almeno due minuti.
"Che è che dobbiamo fare oggi?" Roteai gli occhi al cielo al rumore fastidioso che provocavano le corde vocali di Silvia. "Tipo un giro a piedi nel centro" la voce dell'Anita mi calmò e ritrovai la pace dei sensi, fino a toccare il Nirvana con la mia anima impura.
"C'è la visita allo stadio oggi, no?" chiese Alessio cercando di ricordarsi la risposta dopo aver pronunciato ad alta voce la domanda, come una sorta di auto training autogeno. Andrea annuì ed Alberto affermò: "stadio, castello e museo." Lo guardai, concentrandomi sulla sua barbetta che copriva le guance chiare. Avevamo la stessa tonalità che aveva anche Casper e perfino la stessa vitalità, ed essendo che il fantasma, tecnicamente è morto, questo spiegava molto di noi. "Io prevedo che mangeremo di merda come ogni buon hotel di una gita che si rispetti" pronunciò Andrea ridendo piano. Risi anche io con lui, scuotendo la testa. "Ci sarà del brodo come ogni altra gita fatta?" domandai io di rimando, ricordandomi la gita a Madrid i cui piatti erano composti da brodo, così come a Cracovia, dove perfino la piadina era in brodo - noi, da bravi romagnoli, avevamo fatto il segno della croce davanti ad una tale blasfemia.
"Pane in brodo" replicò lui, poggiando la testa sulla mia spalla e parlando piano fra le risatine. Presi parte alla risata, facendolo vibrare insieme al mio corpo. Mi diede un fugace bacio sulla spalla mentre l'uomo, il presunto proprietario dell'hotel, ci portò i piatti, insieme al suo vassallo. Guardai giù e fui sorpresa di vedere un piatto di pasta al pomodoro. "Sono così felice di aver detto una stronzata" affermai. Gli spaghetti sotto il mio viso sembravano quasi sorridermi e dirmi: "sei a casa".
Quando tutti i piatti furono dati, e ci volle un po' dal momento in cui i camerieri erano il proprietario, il burbero e una signora che aveva evitato il nostro tavolo, l'uomo dai capelli parziali si posizionò al centro della sala, aprendo le braccia. Sbattei le palpebre confusa. "Benvenuti!" Esclamò nel suo italiano, in stile Garrison inglese, "vi volevano dare un benvenuti alla italiana."
"Chi?" Urlò Andrea per farsi sentire dall'uomo. Lui aggrottò la fronte. "Chi voleva darci un benvenuti?"
Se fossi stata in quell'uomo lo avrei preso a calci nel deretano sodo ma vista da spettatrice la cosa era divertente. Riflettei qualche secondo sulla nostra superficialità ma i miei pensieri furono sospesi dall'arrivo furioso del burbero che si fermò davanti al nostro tavolo, con un cipiglio come accompagnamento. "Porta un po' di rispetto per chi sta lavorando e provando ad essere cortese ed una persona umana. Solo perché tu non sai cosa sia la gentilezza, non vuole dire che puoi liberamente prendere per il culo le persone, okay?" I pugni chiusi al lato della sua vita, come a voler mantenere comunque un certo aplomb per non risultare esageratamente iroso.
"Minchia" imprecò Andrea, "sta calmo, dicesi ironia." La sua voce era totalmente seria ed ero convinta che per lui fosse solo uno scherzo, come quelli che ci facevamo fra di noi, senza cattiveria. "Taci e basta. Tieniti questa ironia gretta per te" rispose velocemente prima di girare i tacchi e tornare al fianco del capo, forse padre.
Si scambiarono qualche parola in inglese che noi da lontano non potemmo sentire, ma notammo i lievi sorrisi che si scambiavano sinceri, compresi i loro occhi complici. L'uomo si voltò nuovamente verso di noi, con ancora le labbra increspate. "Volevano presentarci" dichiarò lui e sentì Andrea fiatare, quindi gli tirai una gomitata sotto il tavolo, seguita dall'occhiataccia della Giovanardi diretta a lui, "io sono John" amai il modo in cui pronunciò il suo nome, così puramente inglese, "e lui è" indicò il ragazzo al fianco e aspettò che lui fiatò per dire qualcosa e finalmente la sua voce nasale rivelò la verità: "Mike."
Mike era un gran bel nome. Gli calzava a pennello. O gli calzava come ogni cosa che indossava: gli skinny neri che gli fasciavano perfettamente le gambe più belle delle mie, la giacca di pelle nera che copriva le spalle larghe.
"Nike?" sentì dire al mio fianco. Sospirai e per reazione naturale mi uscì una risatina, insieme a coloro che ascoltarono la stupidità di Alberto. "Just do it" replicò Andrea, facendomi ridere ancor di più. Come si poteva mantenere serietà con certa gente. Pensai al fatto che se fosse stato un completo sportivo sicuramente lo avrei indossato ma lo tenni per me.
"Shaley" intanto sentimmo dire dalla donna che aveva servito gli altri tavoli. Intanto scorsero le voci di ragazze e ragazzi uscire fuori dalla cucina, da camerieri che non avevo mai visto e altri del personale, ma me li persi tutti mentre cercavo di stare dietro alle loro presentazioni e alle battutine stupide dei miei compagni.
Quando la presentazione finì, avemmo circa mezzo minuto per assaggiare la pasta prima che la professoressa venne a disturbarci riguardo alle nuove disposizioni della giornata. Si fermò dietro le nostre spalle, mie e di Andrea, perfettamente nel mezzo delle due sedie morbide e confortevoli. Ci voltammo per vedere la donna robusta, con i lunghi e setosi capelli biondi, guardarci con i suoi occhietti, assatanati e riempiti, fino all'orlo, di odio. "Oggi andremo al castello di Cardiff e al museo, lo stadio è stato rimandato per questioni di tempo. Siamo tutti stanchi per il viaggio" spiegò con una strana voce quasi rassicurante, come se stesse cercando di comportarsi da madre verso di noi. Era inquietante.
"E la sera?" chiese l'Eva, una ragazza minuta del gruppetto della Martina. Vidi Andrea annuire, d'accordo con la compagna per la domanda. Lei tornò improvvisamente seria come un'assassina, "starete tutti qui a godervi questa meravigliosa struttura!"
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The bird has flown away
Teen FictionIn una gita scolatica a Cardiff, Noemi, incontrerà Mike Bird, aspirante cantante. Intraprenderà con lui una sorta di amicizia che finirà ufficialmente il giorno del suo ritorno in Italia. Si porterà dietro, per mesi, l'umiliazione della conoscenz...
