Cinquantasei

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Mamma?
Mamma.
Oh.
Mike, Napoli, la madre scomparsa. Tutto tornava lentamente nella mia testa, come dei piccoli tasselli sbiaditi che faticavo a vedere e mettere insieme. Ma le cose continuavano a non essermi chiare.
Mike, Napoli, la madre scomparsa.
Ma la madre scomparsa come poteva sapere del figlio intento alla ricerca? Come poteva conoscere l'albergo e la stanza di albergo precisa?

"Piccolo" sentimmo dire dall'altra parte della porta. La voce risultava quasi ovattata come se non fosse reale eppure la madre di Michele era dall'altra parte ed ero convinta che fosse lei perché Mike sembrava ascoltare quella voce come se fosse per lui il suono più famigliare, triste e dolce che avesse mai sentito nella sua vita. Per lui, quella voce, era come tornare a casa dopo tanto tempo.
Perciò pochi secondi dopo si trovò a camminare velocemente nella sua t-shirt e nei suoi jeans scuri verso la porta, con un'espressione enigmatica dipinta in volto.

Un secondo: la porta si aprì, una donna fece un passo, Mike fece il suo verso la donna e i due si strinsero in abbraccio strappalacrime.
Peccato che non piansi. Non versai nemmeno una lacrima. Mi limitai ad osservarli facendo qualche passo verso il muro.

Vedendo la madre scomparsa, mi misi a pensare che io avrei rotto il ghiaccio con un "sono tornata, merde" in stile "130 si vola, Marting Garrix" e tutte quelle cose che dicev quel ragazzo nel video. Risi da sola e feci una corsetta in bagno, recuperai pantalone della tuta e felpa, mi vestì velocemente e constatai che la madre di Mike pareva una tossicodipendente.

La donna che stringeva il ragazzo era una donna magrissima, dal viso scavato, la pelle giallastra, i capelli lunghi castani e le braccia, lasciate scoperte dal lungo cardigan con le maniche tirate su, piene di lividi, coaguli di sangue e croste.
Alzò un paio di secondi il suo viso verso il mio, come per scrutare quella figura che si era permessa di sostare nel suo bel sogno. Io non ero presente nella sua immaginazione quando sognava di riabbracciare suo figlio, eppure ci ero capitata nella realtà - e non era nemmeno colpa mia, ci ero finita e basta.
Gli occhi della donna, grandi e lucidi erano simili a quelli del figlio, ma oltre agli occhi e alle labbra carnose non c'era molto in lei che mi ricordava Mike.
Forse, se mi sforzavo ad immaginare un Mike drogato con una siringa nel braccio potevo scorgere qualcosa di lei in lui, ma forse.

Inutile dire che quella donna non mi piaceva ma non era la mia di madre e non dovevo pensare al fatto che aveva quasi ucciso il figlio quando questo era piccolo perché era una drogata del cazzo che non faceva attenzione a dove teneva la roba e che aveva avuto anche il coraggio di scrutarmi come se fossi il peggior topo di fogna che avesse mai incontrato, perché comunque non era mia madre né conoscevo lei o la sua storia.
In più, il generale codice etico mi obbligava a comportarmi gentilmente con tutti e sempre, prima di conoscerli, sempre per il fatto che prima di giudicare qualcuno bisognava camminare nelle sue scarpe per un centinaio di lune o qualcosa del genere.
In tutto ciò, il mio cervello capì che poteva sopportare queste persone ma non giustificarle in tutto e per tutto. Il mio cervello decretò di avere bisogno di tempo.

I due si sciolsero lentamente da quell'abbraccio passionale; Mike continuava a tenere la madre con le braccia allacciate sopra la sua vita e la madre teneva le sue dita ossute arpionate alle spalle del figlio.
I due si guardavano, silenziosi e si studiavano cercando di capire che razza di creature erano diventate.
In fin dei conti, anche se Mike aveva fatto mille tentativi, il padre era sempre riuscito a spezzargli il cuore e ad allontanarlo dalla madre, perciò dovevano essere passati quasi dieci anni dall'ultimo incontro dei due. E lei comunque non sembrava essere guarita come mi aveva detto mia madre.

"Come sei cresciuto" parlò flebile la madre che capì possedesse in natura una vocetta sotto tono e rassicurante.

Per forza è cresciuto, pensai e "per forza è cresciuto" dissi.
Non è che lo volessi dire, ma mi uscì, mi scappo dalla bocca come un topolino che voleva rifuggire da chissà quale preda.
Solo che le mie parole non era di difesa ma di attacco. Non provavo tutto quell'odio quando sentì per la prima volta la loro storia, anzi, mi stava sulle mie fantomatiche palle il padre di Mike che aveva cercato di dividerli, ma a vederla dal vivo e usando i miei pregiudizi quasi stetti dalla parte del padre. Questo, ovviamente, non lo dissi mai a nessuno.

Madre e figlio si voltarono verso di me e potei constatare in quel momento che avevano qualcos'altro di simile: il modo di guardare me. Un misto fra di disapprovazione, disgusto e fastidio che Mike mi aveva rivolto più volte e ora era perfino moltiplicato per due.
Che meraviglia e che bel quadretto di famiglia.
Erano ancora legati dalle loro braccia e il loro sguardo era fisso su di me che mi muovevo verso il muro a disagio.
Mi spiaccicai contro di esso e sorrisi imbarazzata prima di dire: "piacere sono Noemi" e aggiungere, "ma l'urlo di prima era suo?" Riferita alla madre.

Lei mi sorrise, un sorriso che non arrivò agli occhi, un sorriso falsissimo di quelli minacciosi che ti donano solo gli assassini prima di farti maleficamente fuori.

"Piacere mio, Diana" disse lei e si allontanò dal figlio per venire verso di me con la mano protesa. Gliela strinsi prontamente, ma la sua ossuta era una stretta forte e decisa che sembrava volermi fare capire chi comandava li, e non ero di certo io.
Guarda che lo so, le volevo dire. Guarda che so che io qui non centro nulla ma io qui nemmeno ci voglio stare. Mi ci sono ritrovata ma dopo tutto sono pure felice per voi.

La stretta si sciolse e nel momento di silenzio trovai la forza di dire: "vi lascio parlare, io vado a lavarmi" che comunque erano ore che dovevo farmi una ripulita e quello era il giusto momento per scappare dalle grinfie della madre e dal disagio che provavo in quella situazione paradossale e smetterla di profumare come un opussum morto.

Quando chiusi la porta dietro di me sentì dire con voce flebile "non mi piace" chiaramente riferito a me.
Feci un giro di chiavi nel chiavistello e mi sedetti sul water prima di spogliarmi.

Uscì dal bagno un'ora dopo.
Un'ora per una doccia.
Mia madre mi avrebbe ammazzato ma l'acqua in albergo non la pagava lei (ma Mike) e a quanto pare nessuno sentiva il bisogno impellente di fare pipì, dal momento in cui nessuno per un'ora mi disturbò.

Fu una grandiosa e bellissima ora, passata nel mio silenzio, nei miei stonati canti e nei miei tentativi di azzerare ogni pensiero negativo.
Poi, uscì avvolta in un accappatoio bianco e un asciugamano bianco in testa, ricordando vagamente una versione blanda di Moira Orfei.
Non è che mi volessi fare vedere così ma dovevo recuperare la valigia per prendere dell'intimo e dei vestiti puliti e la valigia, volenti o nolenti, stava vicino alla porta. L'avevo lasciata lì dopo il primo tentativo di nascondermi nel bagno.

"Finalmente!" Esclamò la madre che tutto d'un tratto ebbe di nuovo la voce che aveva perso. Mi superò, dandomi perfino una leggera spallata - quando c'erano metri e metri in orizzontale in cui poteva evitarmi ma va bene, e si chiuse in bagno.
Seguì con lo sguardo prima la madre e la porta che si sbatteva e poi tornai con lo sguardo su Mike che era appoggiato contro lo stipite della porta del nuovo salotto.

Mi guardava e sorrideva leggermente, come in attesa di qualche mia parola.
Non me la sentivo tanto di dirgli "mi sta sul cazzo tuo madre" né sarei stata educata semmai glielo avessi detto, perciò mi limitai a sorridere di rimando e pronunciai un "sono felice per te" e lo ero davvero.

"Grazie" disse solo, con quel suo leggero sorriso che non riuscivo più a comprendere. O era bloccato dalla paralisi della felicità o mi stava allegramente prendendo per il culo.
Non mi era esattamente chiaro.
"Vuoi andare a casa?" Continuò, riportando entrambi alle mente il discorso di poco tempo prima. Sembrava passata una vita.
Annuì. Che ci stavo a fare lì? La figlia illegittima? Stavo pure sulle palle alla madre ed ero troppo confusa per stare vicino al figlio. Tutta quella situazione mi deteriorava.

"Puoi partire dopo domani però? Così stiamo una giornata tutti insieme."
Sarebbe stata una mirabolante rimpatriata.


Buongiornissimo!

Sono in mostruoso ritardo, come sempre. E mi dispiace. Ma per scrivere 'sta cacata ci sono volute epoche. Sono nel mio periodo di blackout dopo non ho un'idea nemmeno se me la danno gli altri. Nel mio cervellino non entra nulla.

Provo a scrivere anche il prossimo capitolo dove probabilmente ci sarà una cena di famiglia trash e di odio silenzioso. Sperando di riuscirlo a pubblicare prima dell'anno prossimo.

Vi voglio bene.

Hai finito le parti pubblicate.

⏰ Ultimo aggiornamento: Dec 01, 2017 ⏰

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