Tornata dal lavoro, presi velocemente le cose che avevo tirato fuori dalle valige, rimettendole dentro, infilandoci anche quel poco cibo che c'era nelle mensole del cucinotto e i miei prodotti per il bagno e l'igiene del bagno.
Controllai di non aver lasciato nulla nella stanza, o nella lavatrice, per scrupolo. Dentro gli armadi, sotto il letto, sul tavolino, nel cucinotto o nel bagno. Nulla. Avevo tutto compresso dentro le due valige e il mio zainetto. Con il berretto in testa di mio fratello e le chiavi in mano, scesi con l'ascensore, ovviamente data la portata dei carichi che mi portavo appresso. Le lasciai alla segretaria in reception, ringraziandola per tutto.
Una volta uscita dal Residence, mi guardai intorno, riflettendo sul fatto che mi conveniva andare a piedi. Era a quindici minuti di distanza la via del mio nuovo monolocale e potevo farcela.
Sedici minuti e due ascelle sudate dopo, arrivai in via dei Radar. Così come gli studi era leggermente distante dalla civiltà romana, di fatti la via era immersa nel verde, nei prati e già sospettavo che il monolocale sarebbe stato preso in ostaggio dalle cimici da settembre fino a novembre. Fortunatamente eravamo già a dicembre e dato il freddo, sarebbero dovute essere già tutte morte e stecchite ma qualche tozza sopravvissuta rimaneva sempre, e speravo vivamente non fosse in casa mia.
Il monolocale in cui avrei vissuto da lì a non sapevo quando era al secondo piano di un edificio grigio che pareva avere posizionato le finestre come quella casa circondariale che eravamo andati a visitare in quinta superiore con la professoressa di religione e quella di scienze umane. Finestre piccole e distanti, ripetute, come se fossero state incavate dentro i muri.
Entrai, c'era una piccola rampa prima del portone verde. Dovetti aprire anche quella con la chiave, in quanto per la sicurezza non tutti potevano entrare, solo gli abitanti. Scoprì con gioia che non esisteva un ascensore. Fortunatamente i piani di scale da fare erano due, ma avevo due valige pesanti e compresse che una volta punzecchiate sarebbero scoppiate irruente o implose. Feci il primo gradino quando un signore sulla settantina con agilità scese dalle scale e guardandomi, o meglio squadrandomi, dall'alto in basso, con accento fortemente romano mi chiese: "perché non prendi l'ascensore?"
Alzai il viso sul suo corpo esile. "Ma c'è?" domandai. Avevo guardato ovunque, perfino sotto l'androne delle scale e non c'era traccia di nessun ascensore. "E' dietro la porta, è murato da un'eternità." Feci spallucce e scesi quell'unico e stancante gradino che avevo fatto. Se avessi seriamente dovuto prendere le scale, sarei morta e rotolata giù dopo una decina di gradini fatti. Calpestai il pavimento di mattonelle grige, leggermente usurate dal tempo, e superai le scale dello stesso colore e andazzo, fino ad arrivare alla piccola porta in legno truciolato che si trovava proprio di fronte al portone d'ingresso. Era quasi l'unica cosa di un colore diverso dal grigio chiaro, insieme allo scorri mano in ferro nero. Anche le mura erano intonacate di un grigio opaco e triste. Sembrava di vivere in una strana nuvola di fumo.
Aprì la porta e la lasciai aperta per avere uno spiraglio con il resto dell'edificio ed il piano terra. Dava una sensazione di claustrofobia indotta quel mini spazio fra il muro e l'ascensore di metallo. Avvicinai a me le valige anche se dentro quel piccolo spazio non ci stavano e con una mano chiamai l'ascensore che si aprì subito. Era del tutto chiuso, nemmeno una parte vetrata. Entrai trascinandomi le due valige, vivendo sempre di più quella sensazione. Mia madre era claustrofobica e iniziavo a capire che voleva dire sentirsi richiusi e impossibilitati, quasi, a respirare.
Fortunatamente arrivò velocemente il secondo piano e l'ascensore si arrestò facendo un piccolo balzo su se stesso e facendomi provare una sensazione di vuoto. Si aprì con tanto di rumori arrugginiti annessi e velocemente, per non rimanerci chiusa dentro, presi le valige, superai la porta dell'ascensore e finì schiacciata fra quella e la porta marrone davanti a me. Solo una luce al neon illuminava quel piccolo ed inquietante spazio. Aprì velocemente la porta, ritrovando lo stesso sfondo del primo piano: grigiore infinito, scale alla mia sinistra. Solo una cosa era differente, le due porte che vi erano sul pianerottolo, una a sinistra del corridoio e l'altra a destra. La mia era a destra, era il quarto monolocale.
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The bird has flown away
Teen FictionIn una gita scolatica a Cardiff, Noemi, incontrerà Mike Bird, aspirante cantante. Intraprenderà con lui una sorta di amicizia che finirà ufficialmente il giorno del suo ritorno in Italia. Si porterà dietro, per mesi, l'umiliazione della conoscenz...
