Ventitrè

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Mia madre non la prese malissimo. Dopo i primi minuti di silenzio in cui camminava avanti e indietro e scavava fosse con il suo tragitto nel pavimento, si decise: dovevo cogliere l'occasione e nel caso fosse successo qualcosa potevo sempre ricorrere a suo fratello Nino che era un avvocato e gli avrebbe tolto anche le mutande alla De Filippi in persona.
Io personalmente avevo fiducia di lei ma data la velocità con cui trovai lavoro senza sostenere un colloquio e senza conoscere nulla di me, potevo comunque avere dei dubbi. Poi però pensai a tutta quella gente uscita da uomini e donne che lei aveva assunto, e capivo perché aveva assunto me: rientravo nella stessa fascia di intelligenza.

Mi fece promettere di venirla a trovare - cosa che era ovvia che avrei fatto ogni qual volta riuscivo e avevo i soldi per farlo - e le domandai se dopo il primo mese, una volta trovata una casa mia potevo portare con me Birillo. Già stavo male al pensiero di lasciarlo. Era sempre accanto a me, mi seguiva mentre camminavo, sia per strada che fuori, mi coccolava e faceva sentire amata. Non so se riuscivo a farcela un mese senza di lui. Valeva ovviamente lo stesso per la famiglia, ma in qualche modo pensavo che dovevo raggiungere una sorta di indipendenza nei loro confronti, altrimenti non sarei mai cresciuta realmente.

Salutai anche mio fratello che ironicamente mi chiese se potevo fargli avere un provino per Amici così faceva conoscere nazionalmente il suo rap da poveracci. Per il suo bene, gli dissi di no.

Qualche lacrimuccia mi scese, ma quando fui in treno a fissare il paesaggio della pianura padana, crollai in un pianto isterico tanto che una signora si venne a sedere al mio fianco e a darmi conforto. Mi sentì una demente sentimentale.
Non ero pronta a lasciare tutto, a vivere sola, non ero in grado.
Volevo scendere da quel treno, rotolare giù e tornare a casa. Ma fisicamente non potevo quindi dovetti rimanere seduta in quel posto, con il culo che si stava appiattendo, curata dalle braccia magre di una signora di cinquant'anni.
Che fine stavo facendo.

Avevo salutato anche gli amici domenica. Anche con loro avevo cercato di mantenermi salda e apacatica, ma anche in quel caso scese qualche lacrima che poi feci scatenare in treno.
Mia madre, mio fratello, il mio cagnolino, Andrea, Anita, Alberto. Li vidi tutti mentre facevo la bambina e mi facevo consolare da una sconosciuta.
Rimpiansi subito quando smisi di piangere il fatto di essermi lasciata cullare dalle sue braccia magre perché quando finì io iniziò lei a raccontarmi vita morte e miracoli suoi e di tutta la sua famiglia.
Una piaga.
Io già ero giù, grazie lei ero finita nel centro della terra con il mio umore, e anche con le mie fantomatiche palle.

Una volta scesa mi resi conto quanto in realtà ero ancora una bambina. Non ce la facevo a staccarmi dalla gonnella di mia mamma o da quella dei miei cari. Volevo le mie certezze, i miei cari.
Agognavo la novità e una volta che ero riuscita ad arrivare ad acchiapparla: piangevo e rimpiangevo la mia vecchia vita.
Ero oggettivamente instabile.

A Roma Termini mi prese il panico. Ero stata lì due giorni prima ma da sola mi sembrava di essere finita a New York.
Roma era oggettivamente una città gigante ma avendola vista un paio di giorni prima mi sarebbe dovuta essere più familiare. Invece ero terrorizzata non sapevo dove andare e i piedi avevano messo le radici.

Per fortuna mi ricordai del numero sopra il contratto. Vi erano tutti i contatti necessari ma sopratutto vi era quello della Franca, che per cortesia, nel caso avessi bisogno di qualcosa, me lo aveva lasciato sopra al primo foglio in matita.

Mi guardai intorno, sperando di non venire derubata. Velocemente estrassi dal mio zainetto nero in pelle finta il contratto piegato, e digitai il numero che lieve copriva lo spazietto bianco sopra alla prima linea nera.

Sei lunghissimi squilli e poi la sua voce gentile rispose con un: "pronto?" Mi schiarì la voce e velocemente inizia a parlare: "salve, signora Vizzi. Volevo chiederle una informazione. Ieri pomeriggio mi aveva detto che una volta arrivata avrei dovuto raggiungere il Residence, giusto?"

The bird has flown awayDove le storie prendono vita. Scoprilo ora