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Il mattino dopo mentre facevo colazione sulla terrazza, notai quanto si fosse annuvolato il cielo e di come il vento fosse più fresco del solito.

Presi le mie pillole e con il violino in una mano e la borsa nell'altra, mi precipitai per le scale.
Salii in macchina di fretta: stavo facendo tardi alle prove.

Una volta finite io ed Irene passammo la giornata a riverniciare il bar.

Finimmo le pareti restanti quando era già pomeriggio inoltrato.

Montammo le lampadine affinché potemmo continuare a dipingere anche dopo che fu scesa la sera.

Per cena mangiammo cibo cinese a domicilio e continuammo a verniciare anche dopo, fin quando anche il più piccolo angolino di soffitto fu diventato bordeaux.

L'aria intanto si era fatta carica dell'odore della pioggia e la Luna mandava un bagliore opaco da dietro le nuvole.

Esauste e con qualche macchia bordeaux sulle mani e sul viso ci salutammo con un abbraccio.

"Ce la faremo: verrà benissimo. Già me lo immagino finito." Le dissi.

"Anche io. Pensa a quando faremo il primo caffè...la prima serata live..." scosse la testa, esaltata da quelle previsioni.

Le scompigliai i capelli neri con le punte blu solo per darle fastidio e le diedi un bacio sulla guancia prima di entrare in macchina.

Misi il CD di Eternamente Ora e ascoltai "Prevedibili".

Ascoltavo quella voce ripensando a come poco tempo prima ero convinta non l'avrei mai sentita pronunciare il mio nome e di come mi ero sbagliata.

Pensai a quel sorriso che scaturiva dopo che le labbra pronunciavano le tre sillabe che componevano il mio nome e che lui rendeva bellissime.

Mi fermai a fare benzina ad un benzinaio non lontano da casa.

Non ero sola: una Smart era parcheggiata vicino al secondo distributore.

Mi misi sulla difensiva: dopotutto, anche se non era troppo tardi, ero comunque una ragazza sola.

"Camilla?" Qualcuno mi chiamò.

Mi irrigidii mentre rimettevo a posto la pompa della benzina.
Poi riconobbi la voce e mi voltai:

"Tommaso?!"

Un verso d'assenso si levò dalla Smart blu ferma a qualche metro da me.

Scese e si avvicinò, prendendo una sigaretta e mettendosela fra le labbra.

Si piazzò difronte a me, nella sua classica posa statica: gambe leggermente divaricate e spalle dritte.

Fece scattare l'accendino e lo avvicinò alla sigaretta senza smettere di fissarmi. La luce tremolante del fuoco lo rendeva quasi inquietante.

C'era qualche lampione vicino a noi ma non bastavano ad illuminare bene l'ambiente.
Guardando verso la luce potevo intravedere le prime goccioline di pioggia che cominciavano a cadere.

"Come stai?" Chiesi, notando il suo aspetto stralunato.

"Male." Rispose secco.
"Mi manca Irene"

Sollevai un sopracciglio:
"Vi siete visti questa mattina e vi vedrete anche domani, no?"

Continuò a fissarmi e se prima era vagamente inquietante, ora il "vagamente" era andato a farsi benedire.

Prese la sigaretta tra le dita e abbassò la testa; una nuvoletta di fumo azzurrognolo alleggiava intorno a lui conferendogli un'aria spettrale.

Come l'ariaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora