Capitolo 5

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Giada

20 Maggio 2011

Lascio che Lorenzo Garritano mi conduca al piano, la sua mano è fredda nella mia, la sua andatura troppo rapida per i miei tacchi, e il suo portamento mi fa sentire goffa e inadatta alla situazione.

Suono da quando avevo quattro anni, mia nonna è stata un'abile maestra, ma odio farlo a quattro mani, tranne che nel caso in cui al mio fianco ci sia Davide.

"Accomodati." La voce di Lorenzo è ferma e risoluta e mi mette ancora più in agitazione.

"Che cosa vuoi suonare?" Aggiunge con lo stesso tono infastidendomi.

"Silence di Beethoven." Rispondo guardandolo negli occhi mentre le mie mani hanno già preso possesso dei tasti; per fargli capire che non mi serve la sua partecipazione.

Mi isolo da tutto lasciandomi cullare dalle note tristi di questa bellissima melodia, l'ho scelta perché speravo che Garritano non la conoscesse e nella speranza di togliergli l'espressione di superiorità dal volto, ma anche perché è talmente struggente da rendere l'idea del mio stato d'animo di stasera.

Quando concludo il brano, Lorenzo mi guarda in maniera diversa. È rimasto tutto il tempo seduto sullo sgabello al mio fianco, ma si è guardato bene dal toccare un solo tasto.

"Non c'è che dire, un'interessante scelta di brano. Sei molto brava."

"Grazie." Rispondo sostenendo a fatica il suo sguardo. I suoi occhi sono neri come quelli di Raul, ma per me non hanno lo stesso magnetismo. È un bel ragazzo, avrà una trentina d'anni, fisico da atleta, barbetta incolta ma curata, i capelli tagliati corti e tirati indietro con il gel, è uno che se lo incontri per strada ti giri a guardarlo, però in questo momento, l'espressione del suo volto manda un messaggio che non mi piace per niente.

"Non avrei mai detto che tu fossi tipo da Beethoven, ti facevo più moderna di gusti." Non so se il suo sia un tentativo di intavolare una conversazione o altro, in ogni caso non sono interessata a chiacchierare.

"Non si può non amarlo. Se vuoi scusarmi..." Faccio per alzarmi e la sua mano intercetta un mio polso serrandosi intorno ad esso con un po' troppa forza.

"Hai fretta di tornare dai tuoi amici, Giada?" Il mio nome sembra il sibilo di un serpente velenoso detto da lui, mi sforzo di ignorare il brivido che mi provoca e liberandomi della sua stretta con uno strattone rispondo ormai priva da ogni freno impostomi dalla buona educazione. Se lui invade il mio spazio vitale io, posso mancargli di rispetto.

"Anche se fosse... la cosa non ti riguarderebbe, Lorenzo." Cerco di dare al suo nome una nota di disprezzo e credo di esserci riuscita quando la sua fronte si increspa.

"Pensavo fossi docile e arrendevole, invece c'è una gattina nascosta dentro di te. Mi piacerebbe scoprire se sai solo sbuffare o anche graffiare. Potrei controllare le schiene dei fratelli Mancuso e vedere se portano i segni del tuo passaggio, che ne dici?"

"Dico che sei fuori strada e che non hai capito nulla." Chinandomi verso di lui ancora seduto sullo sgabello del piano, con una calma solo apparente, gli vomito le mie parole addosso.

"Davvero! Eppure tu e Raul sembrate... come dire... Intimi?"

"Siamo cresciuti insieme, sarebbe strano il contrario. Ora se hai finito di farti gli affari miei, me ne torno al tavolo."

"Potremmo andare a fare una passeggiata invece, ti piacerebbe?"

"No, grazie." Lo oltrepasso e raggiungo il mio posto, raccolgo i complimenti dei presenti e osservo il volto compiaciuto di mio padre sognando il momento in cui gli toglierò quell'espressione ebete dalla faccia.

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