42. L'ultimo scontro

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Avevo sempre la risposta pronta per tutto quanto. In ogni situazione, casino, dramma, io sapevo sempre come rispondere al mio interlocutore. E mi sentivo sempre un'idiota quando, invece, queste venivano a mancare e si incastravano al centro della gola. Ero in silenzio, a una distanza ragionevole da chi mi aveva strappato la carne e il respiro. I miei occhi fissi su di lui, il ricordo di ciò che mi aveva fatto impresso nella mente come una brutta immagine difficile da cancellare, e il trauma che si era solo silenziato per tornare più forte di prima. Non era passato. Credevo che fosse così, credevo che con l'arrivo di una nuova vita avrei potuto dimenticare i dolori della vecchia. Ma era bastato vedere Colton così vicino a me per rendermi conto che ero ancora schiava da ciò che lui mi aveva fatto. Chiusi gli occhi, feci un profondo respiro e riportai lo sguardo su chi mi aveva ferita senza ritegno.

Era lui quello che doveva scappare, non io.

Era lui quello che doveva nascondersi e tremare, non io.

Mi passai la lingua tra le labbra, strinsi i pugni e cominciai a sentire una forza sovrannaturale prendermi lo stomaco. Non lascio vincerti, Colton, non stavolta. «Che cosa vuoi ancora?» ringhiai, mantenendo sempre una certa distanza da lui e dal suo veleno. Ero stanca di intossicarmi ancora, non ero io quella sbagliata. Ero la dannata vittima e lui doveva solo nascondersi come un fottuto stronzo per quello che mi aveva fatto.

Lo sguardo di Colton si assottigliò e si avvicinò appena, ma io non mi mossi dalla mia posizione. Dovevo essere ferma, decisa, coraggiosa. Se avesse fiutato la paura si sarebbe avventato su di me con i suoi artigli come una bestia. «Perché non rispetti mai i patti, Jasmine? Perché?» il suo tono di voce era tremante, come se dovesse sostenere una rabbia più feroce di lui stesso.

C'era qualcosa che non andava. Deglutii, portandomi le mani sul viso stravolto dalla stanchezza. Perché non mi lasciava in pace? «Ma si può sapere qual è il tuo problema con me? Con quale coraggio vieni qui a infastidirmi ancora dopo tutto quello che mi hai fatto? Viviti la tua fottuta vita di merda e lascia in pace la mia!» urlai, stringendo ancora di più i pugni.

La sua risata tuonò malvagia tra quelle pareti che sembravano fatte di cartapesta. Si passò la lingua tra le labbra e scosse il capo, incattivendo ancora di più quell'espressione feroce. «Leah mi ha detto tutto! Prima è corsa a fare la denuncia, poi è tornata da me con la coda tra le gambe! Quella ragazza, amorino, è matta da legare! Mi ama da morire nonostante tutto e non riesce a farmi del male. La questione del fratello è tutta una cazzata, lo sapevi? Il fratello non è più malato da un anno e mezzo, perché io gli ho pagato le cure!» ringhiò, rosso dalla rabbia.

No, non era possibile. Mi aveva pugnalato alle spalle. Perché l'aveva denunciato e poi si era tirata indietro raccontandogli tutto? Scoppiai in una risata nervosa, storcendo le labbra. «Ah, e ti vanti di una povera ragazza con chiari sintomi di sindrome di Stoccolma? Interessante, davvero. Meriteresti di morire sotto la tua stessa merda. L'hai violentata, Colton! Lo hai fatto con lei, con me e chissà con chi altra! Fossi in te mi sarei messa un cappio al collo e l'avrei fatta finita.» sputai acida, sentendo la rabbia ribollire dentro le vene.

«Resta il fatto che lei mi sta proteggendo! Perché adesso andrà di nuovo a ritirare quell'infamata e io sarò di nuovo al sicuro!» rispose a tono, ridendo divertito. «E tu? Tu cosa farai quando Riley finirà dentro per avermi quasi ucciso?»

Scossi il capo, ridendo disperata. Stavo diventando matta. Avrei voluto ucciderlo se solo ne fossi stata capace. «Colton, hai le mani legate. Leah ha portato le prove alla polizia. Anche se ritirasse la denuncia, loro le avranno già visionate e a quel punto li sommeranno alle mie. Arrenditi, ti conviene aspettare il loro arrivo.» risposi calma, guardandolo dalla testa ai piedi. «Non so in quale mondo vivi, ma nel mio i pezzi di merda non la fanno mai franca.»

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