44. Indifferenza sofferta

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Riley

Sapete cosa detesto di più dei rapporti umani? Le illusioni. Conosci una persona per anni, credi che sia in un determinato modo e poi, con il passare del tempo, lei si rivela per quello che è sul serio.

Triste verità a cui avevo fatto fronte più volte, durante il corso della mia vita. Mi era successo con Julian, quando venni tradito senza un minimo di ritegno nonostante i momenti condivisi. E mi era successo anche con Jasmine. I rapporti tra due persone evolvono, si modificano completamente con il passare del tempo e questa è solo la conseguenza che ci porta a vedere chi abbiamo realmente davanti.

Jasmine era egoista. Non che io fossi tanto meglio di lei, ero consapevole che gli sbagli li avevamo fatti entrambi, ma io avevo sempre cercato di riprendere le redini, mentre lei aveva continuato ad ammassare errori su errori, portandoci al punto dove eravamo finiti.

Inevitabile. Triste, ma inevitabile.

Sapevamo che sarebbe successo ed eravamo stati entrambi stupidi da permetterlo. Non saremmo mai più tornati come prima, come quei bambini di tanti anni fa che si rincorrevano nei boschi soleggiati della California. Eravamo cresciuti ed eravamo diventati adulti, perdendo per strada la stessa innocenza che ci aveva uniti.

Forse aveva ragione lei: quando l'amore si intromette in due persone che si vogliono bene, finisce per distruggere ogni cosa. Aveva cercato in tutti i modi di fare mille passi indietro mentre io avanzavo da solo e se solo fossi rimasto fermo come lei, probabilmente mi sarei evitato quel dolore insopportabile che mi graffiava il petto. Non le davo tutta la colpa per il mio malessere, ero stato io in primis a volermi infilare in una situazione che non faceva per noi.

E forse doveva andare così.

Forse quello che ci era successo ci sarebbe servito per capire che non tutto dura per sempre, che anche i rapporti più belli finiscono per morire, sotterrati dai rancori e dalle paure. Mi sarebbe mancata, inutile affermare il contrario, ma avevo bisogno di stare lontano da lei per stare veramente bene.

Vittima del mio stesso gioco, che epilogo ironico che mi era toccato sopportare.

Fissai la stanza con apatia, rimanendo sdraiato sul letto nella stessa posizione di due ore prima. Vuoto, senza ragione alcuna per alzarmi da quel materasso e vivere la mia giornata. Avevo creduto che, stupidamente, con la presenza di Sam avrei potuto dimenticare in fretta la mancanza che portavo nel cuore. Ma non era facile. Non lo era mai stato. Mi ero abituato ad averla nella mia vita fin dal primo respiro, lo stesso che sentivo sempre meno da quando avevo deciso di stare bene.

Come ci si abitua a una mancanza che avviene di botto? Come si dimenticano i progetti, quel futuro che avevi sognato fin da adolescente e che sapevi non si fosse mai avverato?

Era ironico, Dio se lo era.

Dicevamo spesso che i suoi figli mi avrebbero chiamato zio e invece il suo primo genito mi avrebbe chiamato papà. Mi sentivo parte di uno scherzo che sembrava non avere una fine.

Ma non era affatto divertente.

Alzai lo sguardo dal pavimento quando udii qualcuno picchiare alla porta, feci cenno a Cognac di aprire, non avevo nemmeno voglia di vedere chi fosse venuto a trovarci. La mia socialità scendeva di giorno in giorno, sapevo che con l'aumentare degli anni sarebbe cresciuta con me.

Mi misi seduto, però, quando notai che a varcare quella porta fu la mia ex fidanzata. Michelle era stato uno dei miei più grandi errori, troppo diversi per considerare l'idea di amarci sul serio. Era stata quella fase della mia vita che io adoravo definire: Mah.

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