CAPITOLO 3

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BIANCA

...

Inaspettatamente Celine mi passò di fianco e mi si sedette di fronte.

Non avevo nemmeno avvertito la sua presenza.

Era già vestita, pronta di tutto punto: capelli lisci, biondi raccolti in una estesa coda che le arrivava al fondo-schiena, vestito a maniche lunghe bordeaux e trucco perfetto. L'unico inconveniente era la sua magrezza che annullava in lei qualsiasi forma femminile...

"Buongiorno!" esclamò solare, "Che ci fai già alzata?"

Come faceva ad essere così entusiasta già di prima mattina, mi domandai abbattuta. Aveva energia da vendere. Una coinquilina coinvolgente per certi versi... avrei dovuto imparare da lei.

Non sapevo ancora per quanto avrei continuato a condividere l'appartamento. Stava terminando ormai il mio lavoro al Centro e pagare l'affitto sarebbe stata un'impresa...

"Buongiorno!" le restituii, "Partecipo ad un nuovo gruppo. Devo sistemare alcune cose"

La fissai costringendomi a prestarle attenzione.

Da allora talvolta faticavo a mantenere la concentrazione. I dottori dicevano che non c'era di che preoccuparsi. Eppure...

A volte quasi dimenticavo di aver rischiato la mia normalità e quel che era più importante parevano essersene dimenticati gli altri per fortuna.

I ricordi tornarono vivi nella mia mente e quell'allora tornò presente come non mai...

... Avevo rischiato la mia salute all'età di 12 anni.

Avevo fatto in tempo a sostenere l'esame di terza media. Poi nell'estate la mia vacanza l'avevo passata all'ospedale a combattere un'infezione piuttosto seria al midollo spinale che mi aveva lasciato per un po' come strascico danni neurologici a carico del sistema motorio e all'uso della mano destra. Ancora prendevo farmaci per questo e ancora ne portavo le conseguenze. Sospirai amaramente ragionandolo.

Alla fine comunque il peggio che immaginavamo per me si era risolto. L'unica pecca visibile era rimasta la mia mano destra, rimasta come paralizzata o comunque rallentata. Non riuscivo a tenere nulla tra le dita.

Da allora comunque non ero più stata uguale agli altri. Non mi ci ero sentita insomma.

Io ero a tutti gli effetti una miracolata. I segni sarebbero sempre rimasti evidenti. Non potevo farci niente.

Quello era stato l'anno più buio della mia giovane vita in ogni modo.

Ogni cosa era cambiata all'improvviso.

Prigioniera in un corpo che non riconoscevo più perché non ero più io. E quello che mi faceva più male non lo ero nemmeno per gli altri.

Per un po' ero stata un'handicappata da commiserare e compatire.

E avrei continuato ad esserlo se le cose non fossero cambiate in parte.

Io non l'avevo mai vissuta come una catastrofe per la verità, per me sarebbe stata comunque un'opportunità di vivere un'altra volta e in un altro modo, mi dicevo. A guardarmi da fuori non si sarebbero nemmeno accorti da subito del mio disturbo.

I più allarmati di tutti erano stati i miei genitori. Si erano dati da subito un gran daffare. E così alla fine avevo recuperato quasi tutto.

Avevo ripreso gli studi un anno dopo, avevo conseguito la patente di guida, e mi ero laureata in Servizi e politiche sociali per diventare Assistente sociale con una valanga di sogni per il futuro.

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