Sei mesi.
Sei mesi di dolore, di sofferenza, di lento declino.
Flaminia si muoveva a fatica. Ogni movimento era una battaglia contro il suo stesso corpo, ormai divorato dalla malattia. Le ossa bruciavano, i muscoli cedevano, il dolore era diventato un compagno costante, un veleno che le scorreva nel sangue.
Non c'era più tregua. Non c'erano più pause.
Le flebo di antidolorifici alla quale aveva ceduto, la accompagnavano giorno e notte, un sollievo effimero e mai sufficiente. Ma nonostante tutto, ogni mattina si portava in accademia.
Anche se non insegnava più, anche se non riusciva più a stare in piedi per più di qualche minuto senza tremare, voleva esserci.
L'accademia era tutto ciò che le restava.
Lì dentro, aveva costruito il suo mondo, un luogo fatto di disciplina, sacrificio, perfezione. E anche adesso che la sua vita si sgretolava, non voleva allontanarsene.
Ma gli allievi si accorgevano della sua assenza.
I sussurri si facevano sempre più insistenti:
"Perché la direttrice non viene più a lezione?"
"Sta male?"
"Perché nessuno ci dice nulla?"
Le domande cadevano addosso ai maestri, che tentavano di mantenere il silenzio, ma la verità era troppo evidente per essere ignorata.
Flaminia aveva parlato con loro, mesi prima, spiegando che la sua condizione sarebbe peggiorata, che presto non avrebbe più potuto essere presente come prima. Ma neanche loro erano pronti a vederla così, ridotta a un'ombra della donna che era stata.
E poi c'era Carlotta...La figlia si presentava ogni giorno alle lezioni, ma era evidente che qualcosa in lei si fosse spezzato.
Era distratta, distante. Non riusciva a concentrarsi, dimenticava le coreografie, sbagliava i passi.
E per un'accademia come quella, dove la disciplina era tutto, quello non era accettabile.
I maestri, preoccupati, si lamentavano con Flaminia.
"Non possiamo far finta di nulla, direttrice."
"Carlotta non è più la stessa."
"Dovrebbe prendersi una pausa."
Ma Flaminia non volle sentire ragioni. Seduta alla scrivania, le mani scheletriche che tremavano mentre stringevano il bordo del tavolo, li guardò con occhi duri e decisi.
"Mia figlia resta dove si trova."
Le sue parole furono un ordine, senza spazio per discussioni.
Carlotta era distratta?
Era colpa loro.
Il loro compito non era compatirla, ma riportarla in carreggiata.
"Se si distrae, riprendetela. Se sbaglia, correggetela. Se si perde, riportatela al suo posto."
La sua voce si spezzò leggermente alla fine, ma nessuno ebbe il coraggio di farlo notare.
I maestri abbassarono lo sguardo, sapendo che discutere con Flaminia era inutile.
Sapevano che non parlava solo come direttrice, ma come madre.
E forse, nel suo modo contorto e severo, quella era l'unica maniera che aveva per stare accanto alla figlia.
Carlotta non doveva fermarsi.
Non doveva avere il tempo di pensare, di soffrire.
Doveva solo continuare a ballare.
