Il suono acuto e incessante del monitor squarciò il silenzio della stanza come un grido improvviso. Ascanio scattò in piedi, il cuore in gola, le gambe che tremavano mentre osservava i numeri sullo schermo cambiare rapidamente.
«Qualcuno! Aiuto!» urlò, voltandosi verso il corridoio, la voce strozzata dall'angoscia.
Non dovette aspettare molto. Una squadra di medici e infermieri irruppe nella stanza, muovendosi con rapidità e precisione. Ascanio si fece indietro, il fiato corto, osservando la scena con il terrore che gli attanagliava il petto.
I suoni dei macchinari, le voci concitate dei dottori, il fruscio delle divise bianche... tutto si mescolava in un vortice confuso e assordante. Poi, tra le parole spezzate e i comandi rapidi, un'unica frase riuscì a raggiungere la sua mente.
«Si sta svegliando!»
Ascanio trattenne il respiro. Gli occhi sgranati, increduli. Aveva capito bene?
Si aggrappò al bordo del letto, fissando il volto della madre. I suoi lineamenti, per mesi immobili, sembravano animarsi da un fremito impercettibile. Le palpebre di Flaminia si mossero debolmente. Un battito di ciglia, poi un altro. Il respiro, prima meccanico, divenne più profondo, più naturale.
«Liberatela dal tubo.»
L'ordine del medico fu immediatamente eseguito. Un'infermiera si avvicinò, le mani esperte rimossero con delicatezza il tubo endotracheale, permettendo alla donna di respirare da sola per la prima volta dopo tanto tempo.
Flaminia ansimò leggermente, le labbra si schiusero appena. Sembrava persa, spaesata, i suoi occhi vagavano intorno con lentezza, come se non riuscisse ancora a distinguere chiaramente ciò che la circondava.
I medici si scambiarono sguardi soddisfatti, poi uno di loro si voltò verso Ascanio, lo prese gentilmente per le spalle e lo spinse in avanti.
«Avvicinati. Ti sta cercando.»
Le gambe di Ascanio si mossero da sole. Il respiro era irregolare, il petto gli faceva male per quanto aveva pianto. Si abbassò lentamente, tornando accanto a lei.
Con mani tremanti, riprese quella della madre tra le sue. Era calda. Viva.
Il tempo sembrò fermarsi. Flaminia impiegò qualche secondo prima di focalizzare il volto davanti a sé. Le sue palpebre pesanti si sollevarono un poco di più, le labbra si mossero appena.
E poi, con un filo di voce, quasi fosse un respiro trasformato in suono, sussurrò:
«Ascanio...»
Il mondo di Ascanio crollò.
Un singhiozzo strozzato gli sfuggì dalla gola, gli occhi si riempirono di nuove lacrime mentre si piegava su di lei, stringendole la mano con tutta la forza che aveva.
Era tornata. Sua madre era tornata.
E lui non riusciva a smettere di piangere.
Quando l'ultimo medico lasciò la stanza, il silenzio si fece denso, pesante, quasi irreale. Ascanio era ancora inginocchiato a terra, la testa bassa, le spalle che tremavano sotto il peso dei singhiozzi che non riusciva a trattenere. Aveva pianto così tanto che gli occhi bruciavano, la gola era asciutta, il petto gli faceva male a ogni respiro.
Sentì un leggero movimento nel letto e poi una voce, debole, quasi un sussurro spezzato.
«Ascanio...»
Il ragazzo si bloccò. Sollevò lentamente il capo, il viso rigato di lacrime, gli occhi gonfi e lucidi. Guardò la madre, il suo viso pallido, le labbra screpolate, lo sguardo confuso ma vivo. Vivo.
