Capitolo 52

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Lucas

SCIOCCATO

La parola scioccato si riferisce a uno stato emotivo di forte sorpresa, turbamento o incredulità causato da un evento inaspettato, spesso traumatico o sconvolgente.
Sul dizionario è proprio questa la definizione esatta, non c'è termine più appropriato per descrivere come io mi senta in questo momento.
Ho lasciato il suo polso, perché ho capito che Alyson voleva solo andare via da me e da tutti noi.
Mi sono rivisto nel suo sguardo, mi sono rivisto in quegli occhi vuoti e privi di luce.
So bene come ci si sente, quando hai bisogno di restare solo con te stesso. Anche se davanti a te c'è la persona che ami più al mondo, tutto ciò che desideri è andartene.
E adesso mi ritrovo a chiedermi: che diavolo è successo mentre non c'ero?
Com'è possibile che in pochi mesi tutto sia cambiato così tanto?
Cosa mi sta nascondendo Alyson?
Com'è possibile che proprio lei, la mia ragazza, quella che sembrava aver portato il sole nelle nostre vite, ora sia così spenta, così cupa?
Mi sembra di impazzire. Con il carattere del cazzo che mi ritrovo, ho sempre avuto bisogno di avere tutto sotto controllo: il mio lavoro, i miei amici, mio fratello.
Ma questa situazione... questa cosa che non riesco a comprendere né a gestire... mi sta mandando completamente fuori di testa.
E succede con lei. Proprio con lei.
So che una parte di questo cambiamento è colpa mia. Perché me ne sono andato.
Ma sento che non è solo questo.
C'è altro. Molto altro.
Siamo tutti in cucina, e non riesco a distogliere lo sguardo da mio fratello. Tiene gli occhi bassi, evita i miei.
Non dimentico quello che mi ha urlato al telefono qualche giorno fa, quando sono andato fuori di testa perché lui e Alyson se ne erano andati senza dire una parola.
«Mark, guardami.»
Ho bisogno di vederlo. Vederlo davvero.
Se c'è una persona che so leggere alla perfezione, è lui.
Lentamente solleva lo sguardo. Finalmente incrocio i suoi occhi.
Siamo a meno di un metro di distanza.
Leggo turbamento. E paura.
Turbamento, perché non sa mai come reagirò.
Paura... ma paura di cosa, esattamente?
«Vuoi dirmi qualcosa, Mark?»
Sbuffa. Quel suo maledetto sbuffare. Mi fa venire voglia di prenderlo a schiaffi.
«Non ho niente da dire. Tutto quello che dovevo dirti te l'ho detto ieri. Sai perfettamente cosa penso di questa situazione. Ma se vuoi, te lo ripeto: non puoi sparire e poi tornare, pretendendo che tutti facciano quello che vuoi.»
Stringo i pugni, cercando di restare calmo.
«Io voglio solo sapere cos'è successo ad Alyson. Tu lo sai. Ma non vuoi dirmelo.»
Cristo, sembro un ragazzino.
«Se vuoi sapere cos'è successo, aspetta i suoi tempi.»
«Ti sembro uno che sa aspettare? È la mia ragazza, me lo devi dire.»
«È la mia migliore amica. E le ho promesso che non avrei detto nulla. E poi, tecnicamente, non è più la tua ragazza.»
Ok. Mi sta provocando.
«Testa di cazzo, è la mia ragazza da quando l'ho vista la prima volta. Non provocarmi, Mark. Non farlo. Non ora.»
«Senti... sei mio fratello. La persona più importante della mia vita. E ti giuro che mi trovo in una situazione del cazzo. Posso solo dirti che Alyson ha bisogno di tempo. Te ne parlerà, ma devi aspettare. Devi darle lo spazio che lei ha sempre dato a te. E, per favore, non andartene di nuovo.»
«Non ho intenzione di andare da nessuna parte.»
Non gli do il tempo di rispondere. Esco di casa.
Ha bisogno di spazio?
Lo avrà.
Ma sono sicuro di una cosa: i suoi tempi non coincidono con i miei.
Nemmeno tre ore. Tanto sono riuscito a restare lontano da casa delle ragazze.
È notte fonda quando mi intrufolo dentro, senza fare rumore.
È un vizio che mi porto dietro da quando Alyson vive qui. Potrei arrivare alla sua camera ad occhi chiusi.
E infatti, in meno di due minuti, sono già davanti alla sua porta.
La apro più silenziosamente possibile e mi infilo dentro.
Nella semioscurità riesco a distinguere il suo volto. Ha una smorfia di dolore stampata in faccia e sussurra qualcosa, a ripetizione:
«No... fa male... fa troppo male...»
E io sono sempre più confuso.
Si agita nel letto, sempre di più. Poi vedo il braccio di mio fratello spuntare da sotto le coperte. Le accarezza i capelli, cercando di calmarla.
«Aly... è solo un sogno. Non è reale. Ci sono io con te.»
Lei si sveglia di scatto e si getta tra le sue braccia.
Ed è in quel momento che il mio autocontrollo si spezza.
«Che cazzo significa questa scenetta?»
Sobbalzano entrambi.
«Che ci fai in camera mia?»
«Oh piccolo angelo, la vera domanda è: che ci fa mio fratello nel tuo letto?»
«Non sono cazzi tuoi.»
Eccola, quella scintilla negli occhi. Quella sfida che ho sempre riconosciuto in lei.
«Te lo scopi? Non sei riuscita a tenerti me, e ora ci provi con lui?»
Non credo a quello che sto dicendo. Ma lo dico. Voglio solo ferirla.
Afferra la lampada dal comodino e me la lancia addosso. Mi sposto appena in tempo.
«Sei solo un grandissimo bastardo! E poi, se mi scopo tuo fratello o no, non è affar tuo!»
Perfetto, piccolo angelo. Sfidami. È così che è iniziata la nostra storia.
«Ah no? Perché ricordo che a me hai detto: ti amo. Ricordo benissimo che hai detto: solo io con te, e tu con me.»
Finalmente mi guarda. E nei suoi occhi... c'è un piccolo luccichio.
«È vero. Non rinnego nulla. Ma poi tu sei andato via. Mi hai lasciata.»
Si alza dal letto e si avvicina a me.
Le sue parole arrivano a pochi centimetri dal mio viso.
«Torna nel posto da cui sei venuto, Lucas. E lasciami in pace.»
La guardo. Tutta. È dimagrita, ma è sempre bellissima.
Abbasso lo sguardo. La sua maglietta...
C'è un dettaglio che mi fa ribollire ancora di più.
«Ancora una volta ti trovo nel letto con un altro senza reggiseno. Ma che cazzo ti dice il cervello?»
«Lucas, per favore. È notte fonda. Esci dalla mia camera.»
Ok. Il reggiseno può anche passare in secondo piano.
«Perché nel sonno sussurravi: no, fa male?»
E lo vedo. L'esatto istante in cui i suoi occhi si svuotano.
«Boh... era un incubo, presumo.»
«No, piccolo angelo. Non era un incubo. Era un ricordo. Vuoi dirmi di cosa si tratta?»
Fa qualche passo indietro. Come se volesse proteggersi.
«Ho detto che era solo un incubo.»
«Non era un maledetto incubo. Era un ricordo!»
La mia voce si alza. Lei salta. Inizia a tremare.
Mark è dietro di lei. Non mi ero accorto che si fosse alzato.
«Lucas, adesso è meglio che tu vada.»
E lo faccio. Faccio esattamente quello che mio fratello mi ha chiesto.
Ho deciso — per il mio bene e per quello di Alyson — di tenermi alla larga da casa sua. Niente pranzo. Niente cena.
Mi sono inventato qualsiasi cosa per restare occupato e non correre da lei.
Ma adesso basta. Non ce la faccio più.
Esco di casa, percorro i pochi metri che mi separano dalla sua porta e, in meno di un minuto, sono dentro.
Mi basta incrociare lo sguardo di Juliet per capire che stasera si farà quella maledetta festa di cui parlavano ieri.
Una scia di profumo mi investe. Mi volto.
Ed eccola lì: una versione di Alyson decisamente troppo provocante.
Tacchi a spillo neri in vernice.
Tubino troppo corto, troppo aderente.
Scollatura esagerata.
Capelli mossi alla perfezione. Trucco da far perdere la testa a chiunque.
Ok Lucas, è solo un vestito.
Un vestito che vorresti strapparle di dosso per poi...
No. Non è solo un vestito. È un cazzo di attentato.
È troppo. E io con il "troppo" non ci so fare.
«Che cazzo ti sei messa?»
Sono stato bravo?
Beh, poteva andarmi peggio.
«Un vestito.»
Breve. Secca.
Odio. Odio da morire questo suo modo di rispondere.
«Chiamarlo vestito mi sembra generoso. Di solito un vestito copre, non mette in vetrina le parti intime.»
Sorride.
Ma non è il sorriso che mi ha fatto perdere la testa.
È un sorriso di sfida. Pura provocazione.
«Ah, davvero? Eppure i vestiti servono anche a sentirsi sexy. A provocare.»
Eccola. La sfida.
«Illuminami Alyson: chi dovresti provocare, esattamente?»
«Chiunque. Nessuno. Non lo so. Chiedimelo fra qualche ora.»
Stronza.
«L'unico uomo che dovresti provocare è proprio davanti a te. E, credimi, ci stai riuscendo benissimo. Talmente bene che ti chiuderei in camera e butterei la chiave.»
«Oh Lucas... ma a me non interessa provocare te.»
«Ti piace vedermi perdere la testa?»
«No. Mi piace averti almeno a dieci metri di distanza.»
«Sappiamo entrambi che a te piace avermi attaccato addosso.»
Il nostro teatrino viene interrotto dalla voce di Mark.
«Andiamo, è già tardi.»
«Vengo anch'io.»
«Oh Dio, no. Lucas, tu non puoi venire.»
«Perché no, Juliet?»
«Perché prenderesti a pugni chiunque guardi Alyson. O peggio, chi le parla.»
«Esattamente il motivo per cui sto venendo. Su, forza. Si preannuncia una serata... interessante.»
Sì, certo.
Una sera di merda in cui probabilmente finirò per beccarmi una denuncia.

Io e Marcus restiamo in disparte, appoggiati all'angolo del bar.
Tutti sono in pista, e da qui ho una visuale perfetta su Alyson.
Ogni singolo tizio che le gira intorno è nel mio radar.
«Quanti drink ha bevuto Alyson? Tre, giusto?»
«Sì, Lucas. Tre. E smettila di fissarla in quel modo, sembri uno stalker.»
«Non sono uno stalker. Sto solo... osservando.»
«Lucas, non hai sbattuto le palpebre nemmeno una volta da quando siamo qui. Scommetto che sai anche quante volte ha sorriso.»
«Una. Per una battuta idiota di Mark.»
«Appunto.»
Tre ragazzi la stanno fissando come se fosse un pasto.
E lei continua a ballare, ignara, bellissima.
Non ha la minima idea di quanto sia sexy.
Dio, li ucciderei. Uno per uno.
Perché so esattamente cosa stanno pensando.
La vogliono.
Ma a differenza loro, io potrei davvero averla.
Loro, col cazzo.
Uno si avvicina. Faccio per muovermi, ma Marcus mi afferra per il braccio.

«Lucas, respira. Stanno solo parlando. Non puoi mollare un pugno ogni volta che qualcuno le si avvicina. Non puoi rischiare una denuncia.»
«Tecnicamente hai ragione. Praticamente non me ne frega un cazzo.»
Mi libero e parto deciso verso di loro.
Mi piazzo dietro Alyson e fisso il ragazzo con sguardo assassino.
In due secondi, sparisce.
Senza dire una parola. Nessun pugno. Nessuna mossa.
Facile.
«L'hai fatto scappare.»
Non si è nemmeno voltata. Ha sentito che ero lì.
«Oh, piccolo angelo... Sto seriamente pensando di attaccarti un cartello sulla schiena con scritto: proprietà di Lucas.»
Si gira lentamente. «Non fa ridere.»
«Non voleva far ridere. Che ne dici di andare a casa? Ti vedo stanca.»
«Che ne dici di andare a fare in culo?»
E niente, mi eccita.
Le sue risposte, il modo in cui mi sfida. Tutto.
Faccio un passo avanti. Lei uno indietro.
Ma dietro di lei c'è un muro, e io la raggiungo.
Il nostro solito gioco.
Mi chino, il viso a pochi centimetri dal suo.
«Sai, piccolo angelo... Mi sono comportato da stronzo. Lo so. Non ti merito. Ma non me ne frega un cazzo. Perché tu sei mia. E io sono tuo. Nessun muro può dividerci, niente e nessuno possono tenermi lontano da te.>
Non le lascio il tempo di rispondere.
A noi le parole non servono.
Devo farlo perché sto impazzendo, mi manca troppo.
Le prendo le labbra.
Non se l'aspettava, riesco a sorprenderla infilandomi nella sua bocca.
Sono a casa, cazzo.
Sento i suoi pugni contro il mio petto. Vuole respingermi.
Non glielo permetto.
La stringo a me e, alla fine, si arrende.
Il bacio cambia. Diventa rabbia, desiderio, bisogno.
È uno di quei baci che dicono: ti odio, ma non so stare senza di te.
Che urlano: scusami. Non ti farò più male.
È il nostro bacio.
Noi, come solo noi sappiamo essere: disfunzionali, incasinati, persi.
Quando ci stacchiamo, le sue labbra sono gonfie. Gli occhi lucidi.
Non riesco nemmeno a muovermi che lei si volta e corre via.
Scappa, piccolo angelo. Scappa quanto vuoi.
Ti prenderò comunque.
Perché questa è solo l'inizio.
Sono tornato.
E il mio unico obiettivo è scoprire la verità. Starle vicino.
Farmi perdonare.
Diventare l'uomo che lei merita.
Perché lei è la mia luce.
E io ho bisogno di lei. Come dell'aria.

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