17 - Ultimatum

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Nel periodo in cui compimmo tredici anni, il precario equilibrio con il nostro gruppo crollò di nuovo. Non ce ne accorgemmo subito, inizialmente l'unica differenza stava negli sguardi sfuggenti di alcuni nostri amici e nei bisbigli che cessavano al nostro arrivo, poi alcuni iniziarono ad apparire sempre più in difficoltà in nostra presenza, e dovemmo accettare l'idea che ci stavano nascondendo qualcosa.

Chiaramente, il problema era il nostro arcangelo.

Non passò molto tempo prima che Megan arrivasse a prendere l'argomento; o meglio, stavolta fui io a provocarla, perché Abel ed io non ne potevamo più di quella situazione.

Approfittai di un suo sguardo diffidente, scoccatomi per una mia qualche frase su Uriel in un momento in cui il gruppo era con noi al completo. Invece di far finta di nulla come al solito, ricambiai l'occhiataccia e andai dritta verso di lei, fermandomi a un palmo dal suo naso.

«Smettila di guardarmi così! Se hai un problema con me, affrontami. O hai troppa paura?» la sfidai per fare leva sul suo orgoglio. «Vediamo se indovino, scommetto che c'entra Uriel».

Megan restò spiazzata per qualche istante, poi la sua indole combattiva prevalse e finalmente diede sfogo a tutto ciò che aveva represso per mesi.

«E' questo che vuoi? Bene, ti accontento subito. Certo che ho un problema con il tuo amico, e non sono la sola. Per quanto credi di poter continuare così, Azalee? Ti rendi contro di quanto esponi tutti noi al suo giudizio, continuando a frequentare il tuo adorato arcangelo ogni giorno?».

Mi additò per sottolineare il suo sdegno, ma non mi permisi di indietreggiare nemmeno di un centimetro.

«Sappiamo tutti che sei tu a volere questo, Abel spesso resta con noi, mentre tu non lasci passare un solo giorno senza andare in quel maledetto bosco. Non ti accorgi che siamo tutti stufi? Sopportiamo perché vi vogliamo bene, ma ormai sta andando avanti da troppo tempo, non ce la facciamo più!».

Tutti presenti si fecero intorno a noi tra bisbigli e sguardi preoccupati, ma non sembravano sorpresi. Perciò era davvero così, ne avevano parlato tutti insieme mentre non c'eravamo e avevano deciso che io ero un problema per il gruppo.

«Smettila, Megan, non darle addosso in questo modo!» mi difese Abel, stringendo le mie spalle per darmi conforto.

Di fronte a lui, Megan abbandonò subito la sua aria arrogante, ma io non volevo che Abel mi difendesse. Stavo sviluppando un carattere molto forte e mi sentivo perfettamente in grado di sostenere quella discussione. Se Megan credeva di convincermi ad allontanarmi da Uriel, si sbagliava di grosso.

«No, dammi addosso, invece. Avanti, urlami tutto quello che avete detto in nostra assenza, quando non potevamo difenderci. Vediamo se ora siete ancora tutti così convinti delle vostre parole». Avrei smontato le loro accuse una per una, se necessario.

Mi voltai e vidi una serie di sguardi in difficoltà. Si erano ammutoliti tutti, perfino Abel, ma Megan non si lasciò sorprendere. Iniziò un'accusa a nome di una buona parte del gruppo nella quale io - Abel spariva da ogni sua frase - legavo tutti costantemente al temibile arcangelo, costringendoli ad un clima di continua tensione. Peter e Gale confermarono prontamente le sue parole e a loro si aggiunsero alcuni altri ragazzi ai quali, fortunatamente, non ero particolarmente legata.

Dovetti ripetere per l'ennesima volta ciò che già avevo spiegato su Uriel in passato: della sua bontà, dei suoi sacrifici, della sua pazienza e soprattutto del fatto che lui non fosse minimamente interessato a loro. Andammo avanti per più di un'ora, io e Megan faccia a faccia, Abel e Peter accanto a noi e tutti gli altri intorno, mentre Gale – più pacato degli altri due – cercava faticosamente di mediare con il resto del gruppo. Diversi angeli parteciparono più o meno attivamente alla discussione, così riuscii a farmi un'idea più chiara di ciò che era accaduto: gli amici più stretti miei e di Abel sapevano molto poco di tutta quella storia ed erano ancora disposti a sopportare, nonostante la paura. Peter era il più contrario da sempre, mentre Gale e Megan erano d'accordo con lui più per il bene del gruppo, che per paura. Gli altri, invece, avevano effettivamente iniziato a non poterne più. Nessuno aveva preso l'iniziativa, semplicemente a un certo punto lo scontento generale era diventato tangibile e i capigruppo si erano sentiti in dovere di cercare una soluzione.

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