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"A che serve questo circolo vizioso di dolore, di violenza, di paura? Deve avere uno scopo, altrimenti il nostro universo è governato dal caso, il che è impensabile. Ma quale? Questo è l'immenso, sempiterno interrogativo al quale la mente umana è ancora lontanissima dal poter dare una risposta."
Arthur Conan Doyle.

"— Arthur Conan Doyle

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40.

M a d d i e



Mia madre è uscita da poco per andare a fare delle commissioni e di Ernest non c'è ancora traccia; prima di uscire l'ho sentita parlare con lui e non mi sembrava molto felice della piega che stava prendendo la conversazione. Mi accoccolo sul divano con una tazza di the bollente tra le mani mentre guardò il susseguisi di immagini del programma che stanno trasmettendo in televisione.

Mio padre è da un paio di giorni che non lo vedo, ed è meglio così; non riesco più a sopportare i suoi continui sguardi pieni di rancore e rabbia che mi riserva. Non riesce a togliersi dalla mente il fatto che io lo abbia in qualche modo tradito entrando nel suo "nascondiglio", ovvero dove organizza le sue azioni illegali. Sbuffo spazientita e appoggio la tazza sul tavolino di fronte a me prima di sentire la serratura della porta scattare per poi essere aperta da Ernest.

«Maddie, scusa davvero per il ritardo...» annuncia di fretta, appoggiando il suo cappotto leggermente bagnato per la pioggia che ininterrottamente sta scendendo dal cielo cupo da due giorni. Gli sorrido dolcemente prima di scuotere la testa, ed i miei occhi catturano i suoi che mi sembrano piuttosto stanchi e preoccupati.

Libero il corpo dalla coperta in pile con un gesto veloce, per poi mettermi a sedere sul divano in pelle nera con le gambe incrociate; guardo l'uomo di mezza età mentre cammina velocemente verso il televisore che spegne pretendo sul tasto più in rilievo degli altri. «È successo qualcosa?» domando morendomi il labbro inferiore; so che Ernest non ama parlare di sé, ma qualcosa mi dice che non sta bene come gli altri giorni.

Sospira pesantemente e scuote leggermente la testa; gli occhi cupi vanno a guardare solamente il pavimento mentre compie dei piccoli passi verso di me, per poi sedersi sul posto libero al mio fianco. Si sistema in modo meccanico la camicia chiara e la cravatta prima di puntare gli occhi su di me, causandomi un brivido sulla schiena.

«Mia figlia... è molto malata, Maddie. I dottori hanno una cura ma... costa troppo, e non possiamo permettercela» bisbiglia con gli occhi spalancati, facendomi intuire quanto la situazione sia grave. Mi paro una mano davanti alla bocca mentre guardo l'uomo sgretolarsi piano piano davanti a me. «Non sanno neanche quanto tempo le rimane per vivere...» sussurra ancora, procurandomi una tristezza profonda ed un dolore lancinante nel petto.

Lui è come il nero Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora