Un altro giorno schifoso sta per iniziare... e come se non bastasse, è sabato. Questo significa che dovrò vedere per tutto il giorno la faccia di mia cugina. L'ho già detto che non la sopporto? Beh, lo ripeto comunque: NON LA SOPPORTO!
La villa di famiglia è enorme, costruita da mio nonno tanti anni fa perché voleva vivere con tutta la sua famiglia. Ci sono molte stanze, vari bagni e un giardino così grande che più che un giardino sembra una foresta. Ci sono sentieri, fontane, ponti... ma il mio posto preferito è vicino alla casetta che io e Charlotte avevamo costruito da piccole con il nonno, un rifugio dove l'insopportabile Audrey non potesse mettere piede. Proprio lì davanti c'è un ponte, un ruscello e un albero enorme dove spesso mi rifugio per pensare o leggere. La casa ha uno stile antico e rustico... sembra quasi un castello, ora che ci penso.
Ieri, dopo la scenata di Audrey, mi sono chiusa nella stanza in cui dormo ogni volta che veniamo a Londra. Ho sistemato le valigie e cercato di rendere quella stanza un po' più "mia". Poi sono crollata a letto: ero davvero stanca.
Scendo per fare colazione ma mi blocco appena vedo i miei zii e Audrey già vestiti di tutto punto, mentre io sono ancora in pigiama... idem Charlotte, che vedo mentre scende le scale.
«Buongiorno, Ana! Dormito bene?» dice. Poi sbircia in sala da pranzo e spalanca gli occhi. «Ma pensano di essere la famiglia reale? E poi... come fanno ad alzarsi, vestirsi — anzi, truccarsi nel caso di Audrey — appena svegli? Io appena apro gli occhi ho già fame!» sbuffa, e io scoppio subito a ridere.
«Charlotte, tu hai sempre fame!» le rispondo. «Comunque io non risalgo a vestirmi. Me ne frego e vado a fare colazione in pigiama. E tu farai lo stesso.» le dico afferrandole la mano e trascinandola con me.
Appena entriamo, nostra zia ci guarda malissimo. «I vostri genitori sono andati a fare delle commissioni, torneranno nel pomeriggio. Intanto mi hanno chiesto di dirvi di uscire per fare la tessera dei mezzi, almeno finché non compreranno la macchina nuova. Anastasia, poi ti porteremo a iscriverti a scuola e a comprare il materiale e la divisa.»
In quel momento Audrey si ferma di colpo e, con tono acido, dice: «In quale scuola la iscriveranno? Spero non nella mia. È troppo prestigiosa per lei. Insomma... dico... guardatela! Da quando in qua si fa colazione in pigiama?»
Mi sta prendendo in giro?!
Con un finto sorriso rispondo: «Sì, Audrey. Andremo proprio nella stessa scuola. Non sei contenta? Almeno ci vedremo tutti i giorni.»
Audrey spalanca gli occhi, mentre Charlotte scoppia a ridere.
A quel punto interviene mio zio, seccato: «Basta, ragazze. Vi comportate così da quando siete piccole. Ora siete grandi, e non voglio sentire battibecchi o frecciatine in questa casa. Chiaro?»
Tutte e tre annuiamo, intimorite.
«Comunque, visto che colazioni e cene del weekend le faremo insieme, vi prego di vestirvi in modo consono. In questa casa ci saranno regole per una convivenza pacifica.»
Mi cadono le braccia. Audrey fa quella faccia soddisfatta che mi fa venire voglia di urlare. "Io le regole le ho già messe" sembra voler dire.
Tale padre, tale figlia. Ma che problemi hanno in questa casa? Fissati con le regole... ne parlerò con mamma e papà. Non si può vivere così.
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Nel pomeriggio, io e Charlotte siamo andate a fare tutte le commissioni. Tornate a casa, corro in camera a provare la divisa. Non so perché, ma ho sempre amato le divise scolastiche... e nella mia vecchia scuola non si usavano. Beh, è una scuola privata dopotutto. Ma la cosa che adoro di più è che vivrò nel campus scolastico! Almeno passerò meno tempo con la mia famiglia durante la settimana.
Dal lunedì al venerdì gli alunni dormono lì, ognuno ha una stanza condivisa con altri due studenti. Il venerdì pomeriggio si torna a casa (ma solo se si vuole), e nel pomeriggio si può anche uscire, a patto di rispettare il coprifuoco.
Qualcuno bussa alla porta. «Posso entrare?» dice Charlotte.
Faccio cenno di sì e lei entra. «Uuh, ti sta bene la divisa. Peccato che io non potrò metterla. Comunque... volevo dirti che stasera Audrey ha invitato degli amici. I nostri genitori e gli zii vanno a una cena di lavoro per festeggiare che papà lavorerà a tempo pieno nella Goldwin Enterprise. Audrey ha caldamente suggerito di non disturbarla, che nella sua lingua vuol dire: "se vi fate vedere, vi uccido". Quindi... che ne dici se facciamo qualcosa insieme?»
Non ho voglia di uscire. Non lo faccio da tempo e preferisco stare per i fatti miei. Mi invento una scusa. «Charlotte, non mi sento benissimo, ho mal di testa... penso che mi metterò a dormire.»
«Daiii! Che faccio io se tu resti qui? Non conosco nessuno, non voglio deprimermi da sola... ti pregooo!» dice facendo la faccia da cucciolo.
«No, se vuoi esci tu. Vai al cinema da sola, sono usciti un sacco di film belli» rispondo, ormai scocciata.
«Ma perché non vuoi più uscire con me? Una volta lo facevamo sempre... e poi fra poco me ne andrò e tu starai quasi sempre al campus. Non avremo tempo per stare insieme...» dice delusa.
Non rispondo. Non so cosa dire.
«Okay. Fai come vuoi. Mi sono stufata dei tuoi sbalzi d'umore. Quando deciderai di smetterla di chiuderti in te stessa... fammi uno squillo. Anzi no, non farlo, magari io non ci sarò più a sostenerti.» sbatte la porta e se ne va.
Perché non capisce che deve lasciarmi in pace?! Io non sono come lei. Non basta fingere che vada tutto bene per stare bene. Io affronto le cose in modo diverso... ma a quanto pare non riesce a capirlo.
Due ore dopo, Charlotte è uscita. E io sono rimasta da sola... con Audrey. Altro che "qualche amico": da sotto sembra esserci una festa in grande stile. La musica è a palla, mi sta scoppiando la testa.
Basta. Me ne vado nella casetta.
Cerco di uscire senza farmi vedere o sentire. Non ho voglia di litigare con Audrey o beccare i suoi amici.
Do una sbirciata. Almeno trenta persone! Per il caos che fanno, sembravano cento...
Arrivata quasi alla casetta, inciampo e cado... addosso a qualcuno.
«AAAHH!» urlo per lo spavento.
Mi tappa la bocca. «Ma ti sembra il caso di urlare come una gallina?» dice, sbuffando e rialzandosi.
È un ragazzo, più alto di me. Non lo vedo bene, ma i suoi occhi glaciali e magnetici sono la prima cosa che noto.
Riprenditi, Anastasia.
«Scusa, non volevo urlare ma mi hai spaventata. Potevi stare più attento» dico.
«Guarda che quella che mi è venuta addosso sei stata tu. E hai un telefono: potevi accendere la torcia» risponde irritato.
Che antipatico. Ma ha ragione...
«Non c'è bisogno di fare l'antipatico. Dovrei essere io quella arrabbiata!» sbotto.
«Per cosa, esattamente?» dice con un ghigno.
«Che ci fai qui? La festa è dentro!» domando.
«Non sono affari tuoi» risponde secco.
«Invece sì, visto che sei nel giardino di casa mia!» ribatto.
Nessuna risposta.
«Invece di fissarmi in silenzio, potresti aiutarmi ad alzarmi da terra, se non ti dispiace» dico esasperata, porgendogli la mano.
Mi guarda per due secondi e dice: «No». E se ne va con aria strafottente.
Resto a bocca aperta. Ma come si fa a essere così maleducati?
Certo... è un amico di Audrey. Che mi aspettavo?
Mi rialzo da sola, ma poi mi accorgo che il braccialetto che mi ha regalato mio fratello non c'è più.
Non me lo sono mai tolto. Era importante.
Mi metto a cercarlo... ma con questo buio è impossibile.
Perfetto. Giornata da dimenticare.
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A modo mio
Ficção AdolescenteAnastasia è una ragazza di 16 anni con una vita difficile che tende a nasconderlo davanti alle persone sembrando sempre allegra e spensierata per questo nessuno ci fa caso ma la verità è che ha l'abitudine di non dire niente a nessuno di tenersi...
