Panic attack

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Erano ormai trascorsi alcuni giorni da quando un aereo aveva portato via Liz dalla mia vita e la sua mancanza non faceva che crescere.

Una parte di me era dall'altra parte del mondo e probabilmente non avrei mai più avuto occasione di ricongiungermi a lei.

Il pensiero che saremmo partiti per l'America tra poche ore non faceva che peggiorare la situazione. Tra poche ore sarei stato così vicino eppure non sarei potuto andare da lei.

Non mi era concesso, mi era stato proibito.

In fin dei conti sua madre aveva ragione, tutto quello che era successo era solo colpa mia, della mia incapacità di proteggerla.

Ero davvero solo un ragazzino.

Era un periodo pieno di impegni e non potevo abbandonare i miei amici, la mia famiglia proprio in questo momento.

Tornai ad esercitarmi, a provare anche più di tutti gli altri.

Restavo in sala prove più tempo che potevo. Mentre ballavo, cantavo per un po' sentivo il mio cuore più leggero.

Cercavo di stancarmi, di arrivare a fine giornata con il corpo dolorante in modo che il sonno mi portasse subito con se.

Non dovevo dar modo a me stesso di pensare a Liz.

Sembrò funzionare, per settimane mi sentii quasi rinato.

Ma come tutte le cose, questa lieve sensazione di benessere, non durò a lungo.

Il giorno in cui ci comunicarono che per il viaggio era tutto sistemato e che saremmo partiti dopo soli tre giorni sentii il mio muro crollare miseramente.

La semplice parola America mi colpì dritto al petto così forte tanto da farmi mancare il respiro.

Mi allontanai con una scusa e corsi in bagno.

Quella stretta allo stomaco, i polmoni che sembravano non gonfiarsi per accogliere l'ossigeno, sapevo benissimo di cosa si trattava.

Non ne avevo uno da tanto e quello in corso era il più forte che avessi mai avuto.

Attacco di panico.

Accovacciato in un angolo cercai, facendo piccoli respiri, di ricompormi ma quello che ottenne fu il risultato opposto.

Più cercavo di riprendermi e meno riuscivo a respirare.

Provai ad alzarmi ma il mio corpo era come paralizzato. Non riuscivo a muovere un solo muscolo. Non sentivo più nulla, solo le lacrime che mi sfioravano le labbra.

Era come se intorno a me non ci fosse più aria, ero in una bolla privata completamente dell'ossigeno.

"Taehyung...TaeTae?"

Mi sentii strattonare con violenza.

La voce di Jimin fu come un salvagente quando stai quasi per annegare, qualcosa a cui aggrapparsi con tutte le tue forze.

"Taehyung, respira! Conosci bene gli attacchi di panico. Non è il primo. Forza amico mio, forza!"

Jimin riuscì a riportarmi a galla dopo essere rimasto sott'acqua, in apnea troppo a lungo.

Iniziai a respirare e pian piano anche i miei muscoli iniziarono a rilassarsi.

Mi alzai aiutato da Jimin e lo abbracciai.

Non disse nulla ma sapevo si fosse accorto stessi piangendo.

Mi accarezzava dolcemente la schiena come a volermi consolare sapendo benissimo che in quel momento nulla avrebbe potuto aiutarmi.

Due parole, però, resero quel dolore meno fitto.

"Lo so!" - sussurrò al mio orecchio.

Anche se in quelle settimane non ne avevo parlato, anzi non avevo parlato di nulla che non fosse il lavoro, sapevo benissimo di essere un sorvegliato speciale.

Il mio amico non mi aveva mai perso di vista, controllava ogni mia mossa, ogni mio sguardo.

Anche oggi aveva fatto lo stesso, si prendeva cura di me in punta di piedi.

Tornammo insieme al dormitorio e in silenzio mi aiutò con le valigie.

La preparavamo sempre un paio di giorni prima così eravamo certi di non utilizzare i vestiti che ci sarebbero serviti.

Se non fosse stato per lui probabilmente avrei preparato solo cose estive nonostante fossimo in pieno inverno.

Non c'ero proprio con la testa.

Nei due giorni seguenti mi resi conto che altri gli altri iniziarono a trattarmi in modo strano.

Yoongi e Jin mi coccolavano facendomi scegliere il menù ogni giorno, Namjoon insisteva sul focalizzarmi sul mio lavoro personale, mi ripeteva quanto rendesse orgogliosi produrre un proprio mixtape.

Hobi non perdeva occasione per coccolarmi e strapparmi un sorriso.

Jungkook si inventava qualsiasi cosa pur di distrarmi, consigli su soggetti da dipingere, sulla fotografia e addirittura mi chiedeva di aiutarlo con i suoi allenamenti di box.

Jimin era semplicemente al mio fianco, come faceva sempre da quando l'avevo incontrato.

Se adesso mi sentivo così, come sarebbe successo quando sarei stato sotto il suo stesso cielo?

Quando ogni cosa mi avrebbe ricordato di lei?

Aprii gli occhi destato da un suono che sembrava provenire dal mio telefono.

Erano le 4 in punto.

La sveglia prima dell'alba, il passaporto vicino all'orologio regalatomi da mio padre, le valigie pronte vicino alla porta.

Molto presto le mie domande avrebbero trovato risposta.

Era arrivato il giorno che tanto temevo, ma che, allo stesso tempo, anelavo.

Molto presto avrei guardato la stessa luna di Liz.

Molto presto sarei andato contro ogni regola.

Molto presto qualcosa sarebbe cambiato.

Molto presto qualcosa sarebbe cambiato

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