CAPITOLO 25

5.8K 220 67
                                        

POV BRIAN

Aprile 2007 (18 anni prima).

<<Mamma ho visto un mostro, mi fa paura>> un bambino corre a rifugiarsi nelle accoglienti braccia materne, che gentili, si stringono attorno all'esile corpo del figlio per dargli conforto.

Ma a me quell'uomo con la faccia bianca e il naso rosso gigante non spaventa per nulla. Quel bambino non conosce i veri mostri, sennò come fa ad aver paura di quel coso? Indossare una maschera non significa essere un mostro. E poi a me sembra anche simpatico.

Continuo per la mia strada. Il centro abitato lascia man mano spazio al vuoto del quartiere in cui vivo. Le persone si iniziano a vedere sempre più di rado, a dispetto invece delle sempre più frequenti case abbandonate, alcune in via di costruzione, costruzioni che non saranno mai portate al termine.

Casa mia è l'appartamento di un palazzo per metà abbandonato e per metà abitato da amici di mio padre, o meglio, loro si definiscono anche amici miei. Io però li considero troppo grandi per essere miei amici, ma non mi permetto di contraddirli.

Una volta arrivato a casa sento dei rumori e dei respiri profondi, misti a degli urletti acuti, provenire dalla stanza di papà. Significa che è occupato.

Lascio lo zaino nella mia stanza. È piccola, c'è giusto lo spazio per il letto e un mobiletto con due ante in cui si trovano i miei vestiti.

Tolgo la maglia, notando una macchia di inchiostro nera. Un bambino più grande mi era finito addosso, sporcandomi con la sua penna, per di più senza neanche scusarsi. Inutile dire che se non fossimo stati a scuola gli avrei insegnato a portarmi rispetto, ma lì la maestra avrebbe sicuramente chiamato mio padre e lui non voleva scocciature. Non dovevo creare problemi.

Quindi l'avevo ignorato, limitandomi a guardarlo male.

Metto una maglia pulita e porto l'altra in bagno per lavarla. Trovo il sapone speciale che uso per lavare la mia roba e lo spruzzo sulla maglia, iniziando a strofinare per bene.

Vado avanti così per qualche minuto finché posso ritenermi soddisfatto. Metto tutto in ordine e vado ad appendere la maglia ai fili del balcone, stando attento a non sporgermi troppo per non rischiare di cadere.

Mentre percorro il corridoio per tornare in stanza mi imbatto in una donna, sicuro la fonte degli acuti di poco prima. Lei però non mi degna di uno sguardo. Piuttosto è intenta a contare delle banconote, per poi infilarsele nella scollatura.

Non assomiglia alle mie maestre o alle mamme dei miei compagni. Loro indossano jeans, felpe, maglie di ogni tipo, i capelli talvolta sono arruffati o acconciati in una crocchia improvvisata. Lei invece ha delle calze rosse bucherellate, una sorta di slip rosso, molto sottile, che si vede al di sotto delle calze. E poi un reggiseno, rosso anche questo, dal quale si dipartono dei lacci che vanno a intrecciarsi sulla pancia. I capelli sono raccolti in una coda alta, un po' disordinata. Gli occhi pesantemente truccati e un rossetto rosso fuoco, un po' sbavato.

Non si cura di indossare il cappotto prima di uscire, si limita a prenderlo dalla sedia su cui l'aveva lasciato e a chiudersi alle spalle la porta di casa.

Probabilmente sarà l'ultima volta che la vedrò. Un po' come tutte le altre donne in cui mi sono imbattuto nell'ultimo anno.

<<Ti ho detto di avvertire quando arrivi a casa>> la voce rude di mio padre mi coglie di sorpresa, distratto com'ero nei miei pensieri.

<<Scusa, eri occupato, non volevo interromperti>> tento di giustificarmi, anche se con poca convinzione. Tanto so già che, come al solito, non servirà a niente.

My WeaknessDove le storie prendono vita. Scoprilo ora