CAPITOLO 42

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POV EVELYN

«Okay, basta così.» Un silenzio tombale torna a regnare sovrano, mentre, dopo aver abbandonato le stampelle di fianco all'appendiabiti all'ingresso, mi avvicino a passo cadenzato al divano.

Sono passati giorni, ma davvero tanti giorni, dall'incidente, eppure l'apprensione verso il mio stato di salute non ha ancora iniziato la sua discesa, rimanendo nei pressi del picco massimo.

I cinque di convalescenza in ospedale sono stati duri da affrontare; la mia repulsione verso quelle pareti bianche e asettiche, infatti, non ha fatto altro che incentivarsi, facendomi cadere in uno stato di totale frustrazione.

Brian è stato continuamente al mio fianco. Più volte si è scontrato con gli infermieri pur di prolungare l'orario di visite, e non di rado ha adoperato una tattica ancor più fine seppur meno onorevole: avvalendosi del mio 'soggiorno' in una stanza singola, non ha desistito dal nascondersi nel bagno pur di restare con me per interi pomeriggi.

Ciò non toglie che, sotto mia forte insistenza, abbiamo trascorso buona parte del tempo a studiare in vista degli esami da sostenere subito dopo le vacanze natalizie. Non era particolarmente favorevole a tale mio sforzo psico-fisico - o, almeno, così dichiarato da lui. Tuttavia, la testardaggine e la caparbietà che mi definiscono hanno avuto la meglio.

Ma il vero dramma è iniziato una volta fuori da quelle mura. Mamma e papà hanno mantenuto la loro promessa: il giorno dopo, infatti, erano da me, in ospedale, per sincerarsi delle mie condizioni di salute, con al seguito un bagaglio fatto di ansia e apprensione. E, se mentre ero in ospedale la situazione era gestibile, dacché ho rimesso piede al di fuori di esso non c'è stata una singola volta che non abbia sentito il loro fiato sul collo. Uniche eccezioni, quando le loro figure erano rimpiazzate da Brian.

L'incontro tra i miei e quest'ultimo, poi, è stato un qualcosa di imbarazzante ma impossibile da posticipare. Credevo non lo avrebbero visto di buon occhio, probabilmente per i numerosi tatuaggi spiccanti sulla pelle, o per l'aria rigida e ribelle che emana la sua aura, e invece è bastato poco affinché entrasse nelle loro grazie. Seppur voglia credere non c'entri nulla, sono consapevole che in realtà anche l'averlo associato alla figura filiale di due medici abbia contribuito. Così come anche riconoscerlo come fratello di Alisia, la quale avevano già avuto il piacere di conoscere, oltre che dai miei racconti, anche personalmente.

Dalla dimissione è iniziato un periodo di rigido controllo, a come posizionassi il piede, a se avessi bisogno di aiuto per spostarmi, o banalmente per sistemare un semplice cuscino alle mie spalle. Il tutto è iniziato a diventare asfissiante e difficile da tollerare, soprattutto considerando l'arrivo, seppur non programmato, delle mestruazioni. La pazienza, già stremata di per sè, si è completamente dissolta, lasciando spazio alla facile irritazione.

E anche adesso, mentre i due fratelli erano intenti a discutere su come fosse meglio che mi muovessi per la casa, su quale divano conveniva che mi accomodassi, e una serie di ulteriori finezze, lo sfinimento ha avuto la meglio, portandomi a dirompere in questa esclamazione, potente al punto da zittire tutti, Noha compreso.

«Che aspettate? Tirate fuori l'albero» Come smossi da una forza superiore, sembrano riprendersi e mettersi all'opera.

Brian e Noha fanno avanti e dietro dal garage, portando di volta in volta nuovi scatoloni, che io e Alisia iniziamo a spacchettare con l'entusiasmo di due bambine il giorno del loro compleanno.

Dividiamo il tutto secondo criterio logico, mentre i ragazzi sono intenti in una lite con l'albero, che sembra, secondo la loro assurda concezione, ribellarsi al fine di non essere montato.

«Più passano i giorni, più continuo a non trovare un senso all'esistenza del genere maschile» Alisia abbandona il posto al mio fianco per aggregarsi ai due alla ricerca del giusto incastro tra i vari pezzi.

My WeaknessDove le storie prendono vita. Scoprilo ora