CAPITOLO 41

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POV BRIAN

Buio. Un dolore al petto, quasi come stesse sanguinando. Un senso generale di malessere mi porta ad appoggiare la fronte sulle pareti esterne di questo locale di merda.

Porca troia. Il pugno appena scagliatosi contro il cemento non mi arreca nessun fastidio doloroso. Me contro me, nessuno a fare da spettatore del mio strazio, se non la pioggia che cade, fitta.

A nulla è servito inserire alcol nel corpo. Cazzo, la situazione sembra essere peggiorata. Quel muscolo cardiaco di merda è andato fuori controllo.

Fanculo. L'ennesima sbucciatura alle nocche, l'ennesimo sanguinamento. Ma niente. Il dolore fisico non riesce a surclassare nulla, sembra del tutto inesistente.

Maledizione. Perché cazzo il passato deve tornare a perseguitarmi. Porca puttana dovrebbe restare archiviato a vita dopo tutta la merda che ha causato.

«La brunetta dell'altra sera, non è male. Me la presteresti per un po'? Te la restituisco intera, solo un po' ammaccata.» Il primo pugno è immediato, istintivo. Non è dettato da alcuna volontà conscia, ma da un bisogno primario che solo raramente riesce ad avere la meglio su di me.

«Colpisci pure, ma dovrai uccidermi per impedirmi di cantare. Goditi questi venti giorni di pace.» Un altro pungo, dritto sulla bocca. Un'imprecazione e probabilmente un dente rotto.

«Cosa vuoi?» La domanda è l'ultimo tentativo. Sottomettermi a una vita di ricatti pur di salvarla.

«Voglio che tu sia annientato tanto quanto lo sono io a causa tua. Voglio che tu patisca le pene dell'inferno, come le sto patendo io. Ergo, voglio distruggere lei. Devastarla. Loro sapranno cosa farne.» Non so dove trovi ancora la forza di parlare, ma rimedio subito. Lo riduco in fin di vita, ed è trasportato d'urgenza in ospedale. Un suo amico ha chiamato i rinforzi, e mi hanno bloccato prima che lo facessi fuori per davvero. Non avrebbero dovuto farlo, cazzo.

E lui è ancora vivo. Si è svegliato, e la sua sete di vendetta è più forte che mai.

Ultimi venti giorni, Curtis. Scopala bene, mi raccomando. Almeno sarà abituata al trattamento d'onore.

Come cazzo faccio? Come la tengo lontana da me se questo equivale a uccidere entrambi lentamente.

Cristo, quel pianto... Non doveva piangere così. Non per terra, su una lurida strada. Li ho sentiti tutti, i suoi singhiozzi, i suoi lamenti. Tutti. Dal primo all'ultimo. Il suo dolore mi è penetrato fin dentro le ossa, devastandomi. E se non avessi chiesto a Noha di tornare subito in dormitorio con Alisia, cristo...Dio solo sa cosa sarebbe successo se non avesse preso in tempo le medicine.

I sensi di colpa mi hanno tenuto incollato in piedi sulla strada per un'altra mezzora, fermo a osservare la luce illuminante il soggiorno. E poi ancora un'altra ora seduto sul terreno pregno d'acqua, finché la luce della stanza si è illuminata, e dalle tende ho potuto ben intravedere la sua sagoma del tutto riversata su una più imponente, quella di Noha.

Stava male. Cazzo se stava male. Ho supplicato Alisia di farmi passare la notte con lei, finché non l'ho convinta, aiutata anche dal mio amico.

E ha delirato per ore. A tratti chiamava il mio nome, a tratti pronunciava una serie di 'no' a ripetizione. Il delirio rispecchiava perfettamente il patimento a cui avevo assistito per strada.

E poi, quando la febbre è scesa, sono andato via, implorando ancora una volta mia sorella affinché non le dicesse nulla del mio pernottamento abusivo nella sua stanza.

L'influenza ha colpito anche me, e ne ho goduto. Il minimo per il male inflittole. Insieme nella gioia, ma anche nel dolore. Solo che la prima casistica non dovrà più riguardarmi.

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