CAPITOLO 32

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POV BRIAN

Corro.

Tra i corridoi dell'ospedale non mi preoccupo di spintonare qualche infermiere, né tantomeno di avvalermi dell'educazione impartitami nel corso del tempo. Di fatto, non saluto nessuno, nemmeno chi riconosce i miei tratti, seppur sfigurati dall'ansia che mi stritola le viscere, e inizia a muovere le labbra per pronunciare qualche banale formula impartita dalla società.

Ma io non do neanche il tempo alle loro corde vocali di articolare il suono della prima sillaba, che già li ho superati.

Non ho bisogno di chiedere indicazioni.

Conosco questo posto. Nonostante siano poche le volte in cui realmente io ci abbia messo piede, la memoria fotografica è un dono che mi è stato gentilmente concesso dall'alto fin da piccolo.

Continuo a correre.

'Pronto soccorso, Evelyn ha avuto un incidente'. Queste sette parole sono diventate il mantra degli ultimi quindici minuti, che mi hanno accompagnato dalla chiamata disperata di Alisia in tutto il percorso in moto fino all'ospedale, e ora nella corsa verso l'ala di mio interesse.

La preoccupazione invade ogni cellula del mio corpo, l'angoscia mi stritola, come una corda invisibile attorno al collo che man mano si stringe sempre più, portandomi a respiri irregolari e stentati.

Pensieri di ogni tipo affollano la mente, alimentati dai singulti di mia sorella, chiaro segno del suo effimero tentativo di nascondere il pianto a dirotto che stava dilagando in lei. Non ho idea di cosa debba aspettarmi. Non ho voluto ulteriori informazioni, né penso ne avesse effettivamente altre da darmi.

Il bisogno di essere qui, fisicamente, e di accertarmi con i miei stessi occhi e con le mie stesse orecchie di quanto accaduto è stato e continua ad essere impellente.

L'insegna del pronto soccorso simboleggia il capolinea della mia corsa. Mi fermo esattamente al di sotto di essa, servendomi di qualche prezioso secondo per riprendere fiato e per ispezionare l'ambiente.

Ma non ho bisogno di affinare lo sguardo, perché l'udito compensa in pieno, facendomi giungere la voce di Alisia, proveniente presumibilmente da una diramazione del lungo corridoio dinanzi al quale mi trovo.

Riprendo a camminare, sempre più veloce, osservando alla mia destra e alla mia sinistra, finché non individuo l'ala esatta.

Noha stringe Alisia contro di sé, la schiena di mia sorella poggia contro il suo petto. Ma quel che potrebbe sembrare un abbraccio consolatorio in realtà non è altro che il tentativo del mio amico di placare Alisia, i cui occhi, arrossati dal pianto, rivolgono tutto il loro astio nei confronti di una terza figura, in piedi dinanzi a loro.

Non ho bisogno nemmeno di ascoltare la valanga di insulti che mia sorella gli sta riservando per capire quanto accaduto.

Non mi controllo. È un attimo, il tempo di raggiungerli, interpormi tra loro, e afferrare Flynn dal collo della maglia, e subito mi ritrovo faccia a faccia con lui. Poi, in automatico, come sono abituato a fare in altri contesti, le nocche della mia mano si scagliano contro il suo volto.

«Brian, cazzo» sento Noha imprecare, per poi afferrarmi dalle spalle e cercare di allontanarmi dal corpo già instabile del ragazzo. Ma io non mollo la presa.

«Che cazzo hai fatto?» Una furia violenta circola assieme ai nutrienti vitali del mio corpo, vene e arterie si svuotano del sangue per lasciar spazio ad essa di fluire.

«Brian» Il richiamo di mio padre, di cui non avevo percepito l'arrivo, placa il mio istinto di spaccare la faccia di questo coglione a suon di pugni, ma continuo a non lasciarlo andare.

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