CAPITOLO 31

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POV EVELYN

Il silenzio era esattamente quello che mi serviva. E qualche entità superiore aveva per qualche estremo atto di pietà deciso di concedermelo. Attimi di pace, di riflessione, di domande con le rispettive risposte inesistenti, e di valutazioni criticamente oggettive.

Da quando la mia vita è sfuggita dalle mie stesse mani? Quando tutto ha iniziato ad andare a rotoli?

Il fidanzamento con James è la prima risposta istintiva formulata dalla mia mente. Eppure, nel profondo, la consapevolezza che quella reale risalga a molti e molti anni prima è come un luccichio in un tunnel di oscurità.

La morte di mia sorella mi ha segnata. Rosie, il mio piccolo angelo. Era stata affidata a me, e sotto la mia supervisione è successo l'irreparabile.

E da lì, l'incapacità di prendermi cura di me stessa è dilagata.

Le notti insonni, passate a commemorare foto di un passato felice, gli attacchi di rabbia che sfogavo su bambini della sua stessa età, perché occupavano i suoi posti, i suoi spazi. Il suo sedile dell'altalena, il suo cavalluccio del parco.

I genitori degli altri bambini mi additavano come aggressiva e imprevedibile. Dicevano che avevo bisogno di aiuto.

Col senno di poi, mi sembra scontato che questo aiuto non abbia potuto riceverlo, in quanto i primi a necessitarlo non erano in grado di ammetterlo nemmeno a loro stessi.

Mamma e papà avevano riversato tutto il loro tempo sul lavoro. E funzionava. La sera erano talmente stanchi da addormentarsi sul divano, con ancora in mano il computer, o fascicoli di documenti su documenti.

Io nel mentre girovagavo per casa, alla ricerca di qualcosa che potesse allontanare dalla mente i ricordi di mia sorella. Quasi avrei voluto tagliarmi la testa nella speranza che essi scomparissero, e io con loro.

Ma il mio egoismo e la mia ipocondria sono sempre stati fin troppo forti, e mai alcun pensiero estremo ha attraversato i meandri dei miei pensieri. Solo...volevo smettere di ricordare.

A seguito dei severi rimproveri dei miei genitori ho dovuto imparare a tenere a bada la rabbia. O quantomeno a non riversarla sugli altri. La loro reputazione sarebbe stata compromessa.

Così mi sono dedicata al lancio degli oggetti. Non sono stati pochi i cuscini lanciati per aria, con gli annessi danni a lampadari e televisori, né così di rado è capitato di distruggere qualche bicchiere e qualche bomboniera di porcellana della credenza in soggiorno.

In fondo, non avere problemi economici era sicuramente un attenuante che mi evitava castighi esorbitanti.

E proprio quando sentivo che non sarei mai uscita da quel baratro di pensieri, ho fatto l'ultima e unica cosa che mi restava da tentare.

Li ho accolti.

Li ho lasciati liberi di entrare nella mia mente. E ho pianto. Tanto. Continuamente. Ovunque.

Non importava fossi in pubblico o nelle ombre della mia stanza. Ogni qualvolta il ricordo di mia sorella solcava seppur i meandri della mia mente io lo accoglievo, con tutta la crisi di pianto conseguente.

Finché le lacrime non si sono gradualmente attenuate, seppur non in maniera corrispondente al dolore e alla pesantezza che mi attanagliava il petto in continuazione.

La via di fuga l'ho trovata nei libri. Quelle pagine ricolme di lettere riuscivano a portarmi in mondi paralleli, inesistenti, ma così reali.

Eppure, mentirei se dicessi che quella sia stata la svolta ai miei problemi. Tutt'altro.

My WeaknessDove le storie prendono vita. Scoprilo ora