CAPITOLO 27

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POV EVELYN

L'Honda CBR si erge dinanzi a me in tutta la sua imponenza.

Bingo.

La confusione sui volti dei miei amici quando mi sono alzata di colpo chiedendo loro di accompagnarmi in un posto, resterà impressa a lungo nella mia mente. È probabile che mi abbiano additata come una psicopatica che ha perso il senno.

D'altronde, fino a quel momento, erano stati tutti assorti in giri di chiamate e ragionamenti contorti sui possibili posti in cui Brian poteva essersi cacciato. E poi, all'improvviso, io -rimasta in silenzio per tutto il tempo- chiedo di essere accompagnata in una zona periferica di Stanford. Probabilmente a parti invertite mi sarei additata anche io come folle.

Nonostante le varie perplessità, alla fine Liam ha deciso di assecondarmi. Anche se non mi ero sbilanciata più di tanto su cosa dovessi fare, era evidente a tutti che avesse a che fare con Brian. Così lui e Carol mi hanno accompagnata fin dove era possibile proseguire in macchina. Si erano offerti di accompagnarmi nel tratto che avrei dovuto fare a piedi, esprimendo la loro non tanto celata preoccupazione sul mio avventurarmi da sola, ma mi sono categoricamente rifiutata.

Non so quale legame abbia Brian con questo posto, ma se nemmeno i suoi amici lo conoscono non voglio che lo scoprano per mano mia, anche se indirettamente ho già fornito loro tutte le indicazioni necessarie per arrivarci. Eppure, gli altri non sanno del laghetto azzurro dai riflessi lunari, così come del capannone con l'accesso sul retro.

E non sarei stata io a svelarglielo.

E ora che ho raggiunto la meta, come dovrei comportarmi?

Fare irruzione lì dentro...e poi?

Seguire il mio istinto significherebbe urlare contro Brian e la sua irresponsabilità. Sì, lo farei sentire in colpa. Le mie parole sarebbero taglienti, senza filtri. Avrebbero il fine di ferirlo, di farlo stare male facendogli capire quanto le sue scelte abbiano pesato sugli altri.

Ma a cosa servirebbe? O meglio, servirebbe a qualcosa? Assolutamente no, e ne sono consapevole. Probabilmente finirei solo per fomentare i suoi tormenti interiori. E forse addirittura peggiorerei le cose.

Eppure, l'idea di non entrare lì dentro non sfiora neanche lontanamente il mio cervello.

Ho un bisogno quasi viscerale di assicurarmi che stia bene. Quantomeno che stia fisicamente bene.

Rumori sordi, ovattati dalla distanza, arrivano alle mie orecchie, segno più che evidente delle torture che il ragazzo sta infliggendo al povero sacco da boxe.

A pensarci bene, la vita è ingiusta anche per gli oggetti. Anche se, in fondo, gli oggetti non hanno vita.

Okay basta, sto farneticando. Tutto pur di temporeggiare. Già... ma temporeggiare a che fine?

Scrivo un messaggio ad Alisia. 

"Brian è con me, tranquilla." Cinque semplici parole, con allegata la foto della sua moto, per dimostrarle di star dicendo il vero e non una mera menzogna con il solo intento di tranquillizzarla.

Invio lo stesso messaggio conciso anche a Carol cosicché lei e Liam possano tornare a casa tranquilli. Poi ripongo il telefono nella borsa.

Non mi muoverò da qui senza che Brian venga con me. È una promessa.

Mi armo di una corazza immaginaria di indifferenza, quella che avrei dovuto mostrare dinanzi agli infiniti attacchi verbali che, senza dubbio, il signorino mi avrebbe rivolto. Perché in questo ci assomigliano. Quando siamo ai ferri corti l'offesa diventa la nostra arma migliore.

My WeaknessDove le storie prendono vita. Scoprilo ora