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"Nel tuo patologico bisogno di conferme
Di tenere strette le cose fino all'asfissia"

FREDERICK

Esco dall'aula con ancora addosso l'eco delle ultime parole del professore. La lezione è finita da pochi minuti ma la mia testa è rimasta indietro, impigliata in pensieri che non hanno nulla a che fare con grafici o casi studio.

Cammino nel corridoio del college con lo zaino sulla spalla, il rumore delle suole che rimbalza sul pavimento lucido, le voci degli studenti che si mescolano in un brusio continuo. L'aria sa di carta, di aria condizionata e di caffè preso al volo. È un pomeriggio come tanti, eppure io mi sento in bilico da giorni, come se stessi aspettando qualcosa.

Poi la vedo.

È appoggiata al muro, poco più avanti, con una spalla contro l'intonaco chiaro e le braccia incrociate in un gesto che le conosco bene. Sta parlando con Alexa. Il sole che entra dalle grandi finestre laterali le illumina i capelli. Indossa jeans aderenti e una camicia leggera che lascia intravedere la linea morbida del collo.

Non mi ha ancora visto.

Il mio cuore fa un salto così improvviso che quasi mi manca l'aria, sembra essere tornato tutto alla normalità.

La amo.
La amo così tanto che fa quasi male.

È incredibile come il mondo riesca a restringersi a una sola persona. Tutto il resto diventa sfondo, rumore lontano. Ogni volta che la vedo è come se la riconoscessi di nuovo, come se mi fosse concessa una seconda possibilità per innamorarmi.

Sorrido senza accorgermene.

Non è un sorriso controllato o studiato ma é qualcosa che mi attraversa e mi apre il petto. Sento le spalle distendersi e la tensione sciogliersi.

La notte scorsa non è venuta da me, ha scelto un albergo. Ho fatto finta di capire subito, di rispettare il suo bisogno di spazio ma dentro ho sentito una fitta, una paura infantile di perderla. Io che ho sempre creduto di essere forte, indipendente, ormai impermeabile alle assenze.

Lei ride a qualcosa che dice Alexa e quel suono mi arriva addosso come una carezza. È più leggera. Si vede. Il suo corpo non è più chiuso, contratto. C'è qualcosa di nuovo nel modo in cui si muove, una sicurezza che prima era velata.

Alza lo sguardo e finalmente inostri occhi si incontrano.
E si illumina.

Non è un'esagerazione romantica. È reale. I suoi occhi cambiano, si accendono di una luce che conosco, che è solo mia. Mi sorride e in quel sorriso c'è tutto. C'è la scelta. C'è il ritorno. C'è la promessa silenziosa che non siamo finiti in mezzo a tutto il caos.

Alexa si accorge di me e, con un sorrisetto complice, dice qualcosa a Margot prima di allontanarsi. Resto fermo qualche secondo, quasi a voler assaporare l'attesa.
Poi mi avvicino.

«Ciao» dico, ma nella mia voce c'è molto di più di una semplice parola.

«Ciao» risponde lei e nel modo in cui lo pronuncia sento il calore che mi ha mancato ieri notte.

Mi fermo davanti a lei. Per un istante non faccio altro che guardarla. Le sue labbra, gli occhi, la curva del collo ed i tatuaggi che sporgono dappertutto. Ho voglia di toccarla, di appoggiarle una mano sul fianco e attirarla a me. Ma siamo in mezzo al corridoio e qualcosa dentro di me mi suggerisce di rallentare. Di non invaderla.

«Non sapevo che venissi oggi» le dico.

«Sono tornata a seguire le lezioni» risponde. «Mi mancava.»

Annuisco. La osservo meglio. Non è solo una questione di presenza fisica. È il modo in cui sta in piedi, come si pone, tutto in lei emana un aura diversa.

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