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"A tratti incapace di intenderti
ma mai di volerti"

MARGOT

Il bar del college è uno di quei posti che profumano di caffè tostato e zucchero caramellato, con le grandi vetrate che lasciano entrare una luce morbida, quasi dorata. Gli studenti che entrano ed escono non si curano minimamente di quello che stanno facendo gli altri ma pensano solo a loro stessi, beh almeno è così la mattina presto. Poi il resto del giorno diventa peggio di un giornale sui pettegolezzi.

Sono seduta davanti ad Alexa, le mani attorno alla tazza ancora fumante. Lei mi osserva con quell'aria curiosa che non riesce mai a mascherare quando sa che sto per raccontarle qualcosa di importante.

«Allora?» dice inclinando la testa, gli occhi che brillano di malizia. «Hai passato la notte da lui.»

Non è una domanda. È un'accusa affettuosa.

Sorrido, abbassando lo sguardo per un istante. Ripensare a ieri sera mi scalda la pelle, come se il ricordo fosse ancora vivo sulle mie labbra.

«Sì» ammetto. «Sono andata da lui dopo le lezioni.»

Alexa si sporge in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. «E com'è andata?»

Mi prendo un secondo prima di rispondere. Non voglio ridurre tutto a un dettaglio superficiale. Non è stata solo una notte insieme. È stato molto di più.

«È stato... semplice» dico piano. «Nel senso buono. Non c'erano tensioni strane. Non c'era quel peso che sentivo prima. Non c'era la paura e il dovere di nascondersi. É stato bello.»

Lei mi studia, come se stesse cercando di leggere tra le righe.
«Avete parlato della casa?» chiede.

Annuisco. «Sì. Gliel'ho detto qui in realtà.»
Mi torna in mente il modo in cui mi guardava sulla panchina del campus, il suo silenzio appena più lungo del normale, quell'ombra veloce nei suoi occhi prima che decidesse di sorridere.

«E?» insiste Alexa.

«Mi ha detto che è contento per me. Che è orgoglioso e che sarò più vicina.»
Pronuncio quelle parole con una calma che ieri non avevo, forse perché ora riesco a leggerle con più lucidità.

Alexa arriccia le labbra. «Solo questo?»
La sua espressione mi fa ridere.

«Cosa ti aspettavi? Che mi dicesse di non farlo?» rispondo sorridendo.

«No. Ma lo conosciamo entrambe.»

Abbasso lo sguardo sulla superficie lucida del tavolo, dove la luce si riflette in piccole onde tremolanti.
Lo conosco, sì. Conosco il modo in cui trattiene le emozioni, il modo in cui pensa prima di parlare.

«Ha fatto una pausa» ammetto. «Un attimo appena. Come se stesse per dire qualcos'altro.»

Alexa sorride lentamente. «Tipo?»

Esito, poi lo dico. «Tipo chiedermi di andare a vivere con lui.»

Lei spalanca gli occhi. «E non l'ha fatto?»

Scuoto la testa. «No. Non l'ha fatto.»

C'è qualcosa di profondamente intimo in questa consapevolezza. Non abbiamo bisogno di dirci tutto ad alta voce per capirci.

«L'hai percepito?» chiede più dolcemente.

«Sì.» Sorrido appena. «L'ho sentito. Nel modo in cui mi guardava. Nel modo in cui ha scelto di non parlare.»

Alexa si appoggia allo schienale della sedia, incrociando le braccia. «Dio, è proprio perso per te.»

La frase mi provoca un brivido caldo lungo la schiena. Non è un peso, é dolce.

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