23. LE OMBRE DEI DEAR JACK

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La sala prove era un caos di cavi, amplificatori e bottiglie d’acqua lasciate a metà. 
I Dear Jack erano lì, tutti e cinque, ma l’aria era pesante, tesa, come se qualcosa stesse per esplodere.

Francesco era seduto su uno sgabello, la chitarra tra le mani, i ricci scuri che gli cadevano sulla fronte. 
Il piercing sotto al mento brillava mentre lui mordeva il labbro, nervoso.

"Alessio, che cazzo ti succede?" sbottò. "Stai cantando da schifo da mezz’ora."

"Pensa ai cazzi tuoi" ringhiò Alessio.

Riccardo, il più grande, intervenne con calma. 
"Ragazzi, basta."

Lorenzo, elegante come sempre, si passò una mano tra i capelli, ma prima posò la chitarra elettrica scollegata al jack sulla pedana. 
"Siamo stanchi. Tutti. In verità tutti abbiamo vite complicate."

"Complicate?" rise amaramente Alessandro, mentre aveva il suo basso tra le mani.
"Oramai le nostre mogli ci odiano, io penso che hanno ragione pure."

Un silenzio pesante cadde nella stanza.

Francesco guardò Alessio.  Certo che fu uno sguardo lungo e  sicuramente carico di cose non dette.
In pratica il bel Francesco Pierozzi della scuola, romanaccio fino al midollo, di Tarquinia, non era più il suo migliore amico di un tempo. Erano diventati diversi, si odiavano. Quasi come se gli uni volessero la vita dell'altro.. solo che Alessio non amava Sammy mentre Francesco amava Aelita.

Dopo il silenzio assordante Pierozzi chiese:
"Hai parlato con Aelita?"

Alessio strinse i pugni dicendogli:
"Non è affar tuo."

Francesco aggiunse: "Lo è sempre stato."

Alessio scattò in piedi. 
"Non nominare mia moglie."

"Tua moglie?"
Francesco rise, ma era una risata amara. 

"Non farmi parlare, Ale. Non farmi dire cose che sappiamo entrambi."

Il passato era lì, tra loro. 
Quella maledetta notte era viva nei ricordi di Francesco, tutto in quel momento era tagliente. Alessio non sapeva niente, non sospettava che Francesco era il figlio del suo migliore amico e che portava il suo nome. Lui pensava che il piccolo fosse suo, non aveva mai sospettato niente.

Riccardo si alzò. 
"Basta. Oggi finiamo qui."

Come si suol dire e si suol fare, si dissero cose ma nessuno si mosse.

Sinceramente accadde questo perché tutti sapevano che qualcosa stava cambiando.  Forse forse qualcosa stava per rompersi.  La verità è che nessuno di loro aveva più il controllo della situazione.

Gli stava sfuggendo tutto di mano.

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