55. GERARCHIE

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I due si trovavano nel loro posto preferito, la camera da letto della loro casa a Monaco era il cuore segreto del loro mondo.
Questo era un mondo proibito, solo loro, dove si amarono la prima volta e dove hanno continuato poi a farlo, silenziosamente tra allenamenti ed attimi rubati.
Era un nido caldo, protetto, dove il resto della vita sembrava dissolversi.

Le pareti color crema erano punteggiate dalle foto dei tre bambini, i sorrisi sdentati, le manine sporche di terra, i primi passi. Tutte quelle emozioni erano incorniciate con cura sopra il comò.
C'era nell'aria il profumo di vaniglia e legno di sandalo, quello che Aelita sceglieva sempre per le lenzuola.
La grande finestra che dava sul giardino privato era oscurata da tende pesanti di velluto. Poi di fronte a loro c'era il balcone.
Solo la lampada del Bayern sul comodino diffondeva una luce dorata, soffusa, che disegnava ombre morbide sui loro corpi.

Il letto con le lenzuola di lino ormai stropicciate e calde del loro calore, era il luogo più intimo che avessero: il posto dove nascevano le confessioni, dove si scioglievano le tensioni, dove si ritrovavano sempre, pelle contro pelle.

Aelita era stesa accanto a Manuel, il lenzuolo che le scivolava lento sui fianchi, il respiro ancora irregolare. Lui aveva un braccio sotto la sua testa, il petto che si alzava e abbassava contro il suo, lo sguardo rivolto al soffitto come se stesse raccogliendo il coraggio di aprire una porta chiusa da generazioni.

"Lo sai" disse all'improvviso, la voce bassa e profonda, quasi un sussurro destinato solo a lei.
"Nella mia famiglia si seguono delle gerarchie ben precise. È stato così sin da quando è nata la famiglia Neuer, a partire dai miei bisnonni."

Aelita si voltò verso di lui, il viso vicinissimo al suo, ascoltandolo con attenzione totale. All'inizio quel tono serio la avvolgeva e la faceva sentire scelta, parte di qualcosa di antico e solido. Sorrise piano, curiosa e rapita, le dita che tracciavano cerchi leggeri sul suo petto.

"Ohh... cos'è questa gerarchia, Manu?" chiese, la voce le uscì morbida.

Manuel rimase in silenzio qualche secondo, poi girò la testa verso di lei. I suoi occhi erano seri, ma pieni di un calore profondo, come se stesse condividendo il segreto più custodito dei Neuer, Aelita lo era anche se non ha mai voluto usare quel cognome, ma sempre il suo.

"La gerarchia, le gerarchie..." continuò, il tono grave ma gentile, quasi riverente.

"Nella mia famiglia la donna non ha mai lavorato fuori casa. Ha sempre fatto la mamma e la moglie, è sempre stata la del ritmo quotidiano, delle tradizioni che tenevano in piedi tutto. Nessuno, e dico nessuno, poteva contraddire il marito: era la regola non scritta che i bisnonni avevano imposto dopo la guerra, quando la famiglia si era ricostruita pietra su pietra tra le macerie di Gelsenkirchen. Il marito decideva il futuro, la moglie sosteneva con forza silenziosa. Era l'equilibrio che aveva salvato la famiglia dalla fame, dalla perdita, dal caos. E a letto... dovevano sempre stare assieme e soddisfare il maschio. Senza eccezioni. Senza discussioni. Era il modo in cui si manteneva l'unità, dicevano: un patto silenzioso tra uomo e donna, passato di padre in figlio, di letto in letto, per generazioni. Un filo invisibile che teneva tutto insieme."

Aelita sentì un brivido più profondo attraversarle la pelle, ma stavolta non era solo disagio: era qualcosa di più intimo, come se quelle parole antiche si stessero intrecciando al loro presente, lì tra quelle lenzuola. Il sorriso le si attenuò, ma rimase, morbido, consapevole.

"Oddio... wow. Davvero? Ma davvero?" mormorò, la voce incrinata tra stupore e un velo di emozione.
Continuò:
"E noi non abbiamo seguito questa gerarchia, amore."

Manuel sospirò piano, un suono breve e sincero, mentre le accarezzava la spalla con il pollice, lento, come se volesse ancorarla a sé.

"Veramente, le uniche che non l'hanno seguita sono state mia madre che lavorava e poi è andata in pensione e poi tu... e anche la fidanzata di mio fratello, da come so."

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