Un brusco rumore mi svegliò nella notte. Mi girai nel letto. Dalla finestra entravano lame di luna piena che illuminavano i corpi scolpiti di quei soldati.
Russavano come locomotive.
Notai, nella penombra che uno di quei letti era vuoto, era il letto di Chris.
Mi alzai, avevo bisogno di un po’ d’aria. Le porte erano tutte sprangate ma mi tornò alla mente la finestra difettosa. Pensai che sarei potuto passare da lì.
L’aria all’interno della caserma era spettrale, le luci erano tutte spente e il gelo infestava le pareti. Entrai nella mensa, deserta. La finestra che avevo notato oggi era spalancata, esitai un attimo; c’era una sedia sotto di essa. Qualcuno doveva avere avuto la mia stessa idea.
Mi avvicinai piano, misi un piede sulla sedia e uscii fuori. L’aria gelida mi accarezzò il viso.
“Che ci fai qui?” sentì provenire dalla mia destra, un sussurro, una voce familiare.
Chris era seduto sulla ghiaia, sotto la finestra. Una nuvoletta di fumo si emanava dalla sigaretta che teneva stretta tra le dita che gli tremavano dal freddo.
“Scusa…” sussurrai. “Ho bisogno di un po’ d’aria.”
Lui non si curò di me. Continuò a fumare la sua sigaretta.
“Posso…” chiesi io sotto voce.
“Ormai sei qui” disse lui freddo come un iceberg.
Mi sedetti di fianco a lui, a debita distanza. Fissai il gelido vuoto che quel posto triste emanava.
“Fumi?” chiese lui sempre sussurrando, passandomi la sigaretta. Notai che i suoi occhi, sotto il riflesso della luna e dei lampioni, erano di un grigio annacquato.
“I-Io… non lo so.”
“Che cazzo vuol dire?” il suo tono di voce si alzò appena.
“Ho perso la memoria. Non ricordo niente.”
Il suo viso si distese, alzò le sopracciglia mostrando un accenno di sorpresa.
Mi mise la sigaretta in mano. Le sue dita sottili e bianche come la neve sfiorarono appena le mie, congelate per il freddo della notte. Stinsi la sigaretta tra l’indice e il medio, poco sopra le nocche.
“Fumavi, principessa” disse con un mezzo sorriso, “non ti scordi mai come si tiene una sigaretta in mano.”
Io abbassai lo sguardo su quel rotolino di carta fumante. Lo portai alla bocca, feci un tiro e un altro ancora. Mentre quel fumo bianco mi corrodeva le pareti della gola, ricordai quella sensazione di completezza e insoddisfazione; quell’effimera consolazione che dirada la nebbia della mente.
Chris aveva ragione: avevo già fumato una sigaretta prima di allora.
Poggiò la schiena al muro e alzò la testa al cielo.
“Questo è il mio posto. Vengo qui ogni notte, quando non riesco a dormire. A nessuno frega un cazzo di quello che facciamo. Potrei anche scappare…” la sua voce era così affilata.
“Che ci fai qui?” chiese di nuovo.
“Io volevo solo un po’ d’aria, non volevo disturbarti” dissi io triste.
“No, intendo nell’esercito.”
“Non ne ho idea” feci io pensieroso, fissando la sigaretta ormai al filtro che tenevo tra le dita. “Mi hanno detto che ho avuto un incidente sul campo. Che ero un soldato. Non so neanche dove siamo.”
Lui abbassò lo sguardo su di me.
“Siamo in Trentino… in Italia. Nella città di…”
“Zerstörung” sussurrammo insieme. “Questo me lo hanno detto.”
Lui annuì tornando ai suoi pensieri.
“Perché sei così gentile con me?” chiesi all’improvviso. “Cioè… per gli altri sono solo una checca.”
Lui continuò a fissare in avanti. Esitò e mi impalò col suo sguardo di cristallo.
“Mi fai pena.”
Io annui, alzando le sopracciglia. Spensi la sigaretta e la nascosi sotto la ghiaia. Feci per alzarmi.
“Ricordi il tuo nome?” mi chiese Chris.
“No… puoi chiamarmi Luce, se vuoi.”
“Principessa è meno gay.”
Alzai gli occhi al cielo e sorrisi, mi alzai. “Buonanotte, Christoffer.”
Lui sbarrò gli occhi, non doveva essere abituato a venir chiamato per nome.
Non rispose, mi fermai un secondo a fissarlo poi, rientrai dalla finestra.
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Luce
Storie d'amoreLa guerra è scoppiata ancora, il mondo è devastato dall'odio e dalla violenza. Un ragazzo, dalla carnagione pallida e gli occhi di uno strano colore turchese, si ritrova scaraventato in un mondo a lui sconosciuto: il mondo dell 'esercito. Senza memo...
