III - Vaniglia e muschio bianco

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Nel tardo pomeriggio venni dimesso. Mi fecero ancora una tac e un esame del sangue e mi lasciarono andare. Avevo molti interrogativi ai quali non riuscivo a trovare una risposta; mi dissero che non conoscevano il mio nome e che non sapevano nulla di me, mi trovarono sul campo di battaglia con la divisa di quella caserma e allora decisero di aiutarmi.

Rimasi in coma tre settimane dopo l’intervento alla testa. Mi operarono in ospedale ma dopo la prima settimana venni trasferito nell’infermiera della caserma per mancanza di letti. La fasciatura che portavo copriva la nuca e arrivava sino a metà dello scalpo, non mi avevano rasato i capelli ma dissero di non toccare assolutamente il bendaggio e che la cicatrice era già guarita e praticamente invisibile. Mi chiedevo come avesse fatto a rimarginarsi in così poco tempo.

Con la testa ancora confusa mi incamminai verso l’ufficio di collocamento come mi avevano consigliato.

Poco distante da quella che si ostinavano a chiamare infermeria, si intravedeva in lontananza una casupola scura, tutta squadrata. Doveva essere quello l’ufficio collocamento e di sicuro dovevo già esserci stato se avevo scelto di fare il soldato; eppure non ricordavo assolutamente quel luogo, quei vetri impolverati, quelle mura stinte. Era tutto nuovo per me, perfino l’aria fredda dell’inverno che mi solleticava le guance mi faceva venire le farfalle allo stomaco.

Continuai a camminare, indossavo un enorme giaccone nero che mi diedero per ripararmi dal freddo. Portavo ancora quel leggerissimo camice che non proteggeva dai soffi di tramontana; mi dissero che mi avrebbero consegnato le divise nell’ufficio di collocamento.

Stavo morendo di freddo.

Quando raggiunsi quel tetro edificio, poggiai la mano sul pomello della porta, gelido come cristallo assiderato, ed entrai.

Un’anziana signora dai capelli bianchi come zucchero filato, mi studiò dai suoi occhialetti dorati. Mi avvicinai incuriosito.

“Salve, sono…” volevo presentarmi ma non sapevo cosa dire. “S-sono qui per le divise e per la stanza, vengo dall’infermeria. Mi hanno dato questo” dissi porgendole un sottile foglio di carta con scritto alcune parole indecifrabili.
Lei lo afferrò con gentilezza, strizzò gli occhi e dopo due minuti abbondanti sussurrò con la sua voce nasale e bassa:
“Oh… certo.”
Mi poggiò lo sguardo addosso per altri lunghi minuti prima di voltarsi e scomparire nella penombra di quel freddo ufficio.
Poco dopo tornò con in mano una divisa verde incellofanata, un paio di scarpe, dei dépliant e una chiave in cima alla pila di oggetti. Me li porse con infinita lentezza e iniziò a dire:
“Questa è la tua divisa ufficiale, fa’ in modo di non perderla! Altrimenti sono rogne. Dovrai indossarla sempre. Nella camera troverai un baule con una divisa simile che userai solo, solo, quando dovrai lavare questa. Poi saprai dov’è la lavanderia. Nel baule ci sono anche altre divise che… lo vedrai. La tua camera è nel secondo edificio, affianco alla mensa. Secondo piano, primo corridoio, penultima camera prima del bagno. Non ho intenzione di ripetere. Questa è la chiave. Se la perdi, sono rogne. Poi fatti spiegare il resto dai tuoi compagni di stanza.”
“Compagni di stanza?” pensai, “non ho idea di come si faccia a relazionarsi con gli esseri umani.”
“Hai capito?” rantolò la vecchietta che mi fissava dritto negli occhi con espressione stupita, interrompendo i miei pensieri.
“Sì, grazie” dissi. Presi le mie cose e me ne andai.

Dopo un’abbondante decina di minuti spesi a vagare in vano in quella deserta e spettrale accademia di cui non ricordavo neanche il nome, tentando di ricordare le indicazioni di quell’anziana scorbutica, trovai l’edificio, il piano, il corridoio e finalmente la stanza.

Feci girare la chiave nella toppa, entrai.

Non c’era nessuno all’interno, solo alcuni vestiti sparpagliati per terra e un forte e pungente odore di uomo. Mi avvicinai alla finestra, rigorosamente sprangata e serrata. Quelle inferriate di nera ghisa mi facevano mancare l’aria, mi occludevano i polmoni. Rimasi immobile, al centro della stanza per alcuni secondi, mi guardai intorno. La testa incominciò a girarmi e un conato di vomito mi percorse l’esofago. Tentai di respirare, mi dissi che non sarebbe successo nulla.

C’erano cinque letti nella stanza; due letti a castello e una brandina dall’altra parte. A quanto pare quella era riservata a me, visto che non c’era nessun indumento sopra e sembrava essere stata aggiunta da poco. Davanti a quella vidi il baule di cui parlava la vecchietta. Posai la divisa sul letto, mi avvicinai insicuro e lo aprii.
Era pesantissimo.
Dentro vidi degli asciugamani, una serie di divise, alcune più pesanti, altre più leggere, delle lenzuola e perfino un piccolo coltello affilato. Tirai fuori le lenzuola e rifeci il letto libero: adagiai il lenzuolo ruvido come pietra sul materasso e diedi una sprimacciata al cuscino impolverato.

Feci per sedermi quando un altro fortissimo conato di ansia mi rinvenne dal fondo della gola. Pensai che un po’ d’acqua fresca mi avrebbe fatto bene. Presi la divisa e con lo stomaco i subbuglio mi incamminai verso il bagno, poche camere più avanti.

Quando entrai, fui di nuovo colpito da quel forte odore pungente e acre. Le docce erano deserte, si sentiva solo il gocciolio di qualche rubinetto. Mi avvicinai al lavandino e appesi la gruccia su cui era posata la divisa su un’applique poco distante. Feci ruotare la manopola del rubinetto e mi sciacquai il viso con dell’acqua fredda. Quando finì, tirai su la testa e incontrai il mio riflesso nello specchio. Mi avvicinai, attonito e incredulo, a quel vetro appannato. Mi studiai a fondo, mi portai la mano al viso e seguì con la punta delle dita i lineamenti di quel volto che non conoscevo; il mio mento era arrotondato e prominente, la mandibola scivolava levigata sotto il mio tocco. Un filo di barba castana, morbida e a mala pena percettibile, e due labbra sottili, color rosa spina, spaccate per il freddo e screpolate. I capelli color cioccolato mi ricadevano sulla fronte pallida a ciocche mosse, spesse, a tratti dorate e tutto il mio viso, di un accecante pallore diffuso, indirizzava lo sguardo agli occhi. Due luci azzurre, di un colore innaturale, un denso zaffiro cristallino, senza alcun accenno a qualunque altra sfumatura o sottotono di blu. Rimasi a bocca aperta. Sapevo che quelli non erano i miei occhi, lo sentivo nelle schegge più affilate della mia anima frantumata.

Vi avvicinai la mano, sfiorando appena quelle marcate occhiaie nere che li contornavano e strizzai le palpebre una o duo volte; non mi capacitavo di quanto azzurri fossero i miei occhi.

Con le mani mi avvicinai ai bottoni di quel camice bianco. Lo slacciai, intravedendo la pelle chiara, liscia, fatta d’avorio che si sottraeva al mio tocco curioso. La veste sottile scivolò via dalle spalle lasciandomi svestito, solo, in compagnia del mio corpo vergine. Osservai con attenzione le linee sinuose, morbide, avviluppate in muscoli affusolati, sottili ma armoniose che delineavano il mio corpo. Due spalle forti, larghe, che reggevano un esile collo slanciato. Tra le fasciature intravedevo una peluria dorata sottile e qualche smagliatura e cicatrice qua e là, dei segni rossi sul petto e il riflesso della luce sulla mia pelle candida.

Accarezzai la fasciatura sul braccio sinistro. La strappai con fervore, srotolando le bende e cercando di liberarmene al più presto possibile. Le garze caddero a terra e la mia mano scivolò lesta sulla pelle arrossata. Al posto del codice che avevo visto, solo alcuni ematomi viola e alcune bruciature che stavano guarendo. Non capivo, mi sentivo confuso.

Mentre osservavo incuriosito quel corpo che non conoscevo e il braccio su cui ero sicuro fosse stato inciso qualcosa, la testa riprese a mulinare. Il mio stomaco in burrasca promise tempesta; corsi verso il primo gabinetto che incontrai e rigettai tutta la bile che avevo in corpo.

Mi sentì più vuoto di prima.

Tornai al lavandino, mi sciacquai la bocca e indossai la divisa militare.
Mentre vestivo la camicia, sentì un odore familiare, un accenno di vaniglia e muschio bianco.
Era lo stesso odore che avevo sentito il giorno prima, era il mio odore, la fragranza della mia pelle.

Ero certo che quella divisa fosse la stessa che indossavo quando mi svegliai la prima volta.

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