«In piedi, soldato!» sentì risuonare su di me. Le mie orecchie fischiavano ancora e la neve gelida mi intiepidiva il viso turgido per le botte.
Ero terrorizzato.
«In piedi!» sentì di nuovo.
Chiusi gli occhi e li strinsi forte, tentai di tirarmi su. Poggiai prima una mano sul ghiaccio, poi l’latra e facendo forza sulle braccia alzai le gambe stanche.
Deglutì rumorosamente con le gambe tese e la testa ancora penzoloni, raccolsi tutte le forze e mi misi diritto.
La testa mi faceva dannatamente male.
Mi posizionai alla bene e meglio davanti a quella figura prominente che mi stava davanti. Ero certo che non fosse uno di quei mostri, sentivo una lieve e piacevole sensazione sul fondo del ventre; mi chiedevo se fosse il fegato che sanguinava. Non riuscivo a vedere nulla; i miei occhi erano intrisi di sangue e sofferenza.
«Qual è il tuo nome, soldato?» proseguì quella voce.
Strizzai gli occhi ancora e tentai invano di mettere a fuoco.
«Qual è il tuo nome?!» urlò lui.
«Principessa» pensai.
Sentì del sangue bollente cadermi dallo zigomo sinistro, non riuscivo ad aprire completamente l’occhio.
«Luce» Risposi. Era tutto quello che sapevo. La mia voce tremava, come tramortita da tutto il dolore che sentivo.
Non riuscivo a pensare da quanto il viso mi facesse male. Mi sembrava quasi che la guancia mi si stesse per staccare da un momento all’altro, e la spalla ormai pensavo fosse già caduta a terra.
«Soldato, chi ti ha conciato così?» disse poi con voce pacata.
Io non risposi. Mi portai una mano all'occhio grondante si sangue e tentai di vederci qualcosa. Strofinai l'occhio per bene e lo strizzai forte. Ora riuscivo a vedere qualcosa in più. Mi portai la mano davanti al viso. Era colma di sangue. Le mie mani iniziarono a tremare, il respiro mi si fece irregolare, lo riuscivo a vedere per il freddo pungente che ricopriva il campo quella notte.
Tirai su la testa; finalmente guardai quell'uomo in faccia. Aveva un viso squadrato dannatamente familiare ed ero certo di aver già sentito quella voce così ruvida.
Sbattei le palpebre un'altra volta e osservai il suo corpo robusto che mi si stava immobile di fronte, tutto composto. Le sue spalle larghe, il doppio delle mie, erano abbellite da eleganti spalline dorate, con delle stelline sopra, un lungo cappotto scuro e un elegante cappello in testa dal quale uscivano, insubordinati, alcune ciocche di capelli castani.
Non riuscivo a notare altri dettagli del suo corpo. Il suo viso era nascosto nell’oscurità della notte.
Si avvicinò a me tutto di un tratto e scandendo le parole disse:
«Chi è stato?»
Io continuai a non rispondere, non avevo assolutamente idea di chi fossero quei soldati. Ora che il suo viso era a pochi millimetri dal mio, riuscivo a vedere i suoi occhi cerulei, che impalavano le mie povere iridi sanguinanti.
I suoi occhi erano più freddi della brina che riposava sui vetri della caserma.
Persi un respiro.
«Ti ho fatto una domanda, soldato» sbraitò alzando la voce. Sfoderò una pistola dal fianco destro e ma la puntò dritta sulla tempia. Per poco la forza con cui lo fece non mi distrusse il cranio.
Il sangue mi si gelò nelle vene. Le mie labbra tremavano come non mai e intorno a me si era fatto silenzio. Anche la neve sembrava avesse smesso di cadere piano al suolo.
«N-Non lo so, Signore» la mia voce era spezzata, tremavo come una foglia. Forse i miei travagli sarebbero finiti in quell’ istante.
Il suo viso si avvicinò ancora al mio. Sentì il suo calore, sentì il suo profumo. Rabbrividì ancora di più quando senti il suo respiro sulle mie labbra. Conficcò la pistola ancora più a fondo.
Sentì le mie ossa friabili, spaccarsi ancora e ancora.
Stavo per svenire ormai, con la fronte inondata di sudore ghiacciato e il petto che smaniava per un po' d'aria fresca.
«Sparami» pensai, «sparami, ti prego. Tanto non esisto più.»
Lui abbassò gli occhi sul mio viso tumefatto. Studiò a lungo le mie labbra spaccate e il mio naso arrossato, distrutto.
Tirò giù la pistola.
Feci un sospiro di sollievo. I miei muscoli in tensione si smollarono come una molla. Trasalì per l’agitazione. Un conato d'ansia mi salì in gola.
«Vieni» disse quell'uomo austero davanti a me. Mi prese per un braccio e mi strattonò via. Un dolore lancinante mi accompagnò sino agli scalini della caserma, tentai di trattenermi ma urlai per la sua stretta violenta.
La allentò, il braccio doveva essersi rotto poco prima.
Mi tirò sino in infermeria. Il suo passo sicuro e il suo lungo cappotto mi scortarono davanti alla porta in vetro.
«C'è qualcuno?» urlò forte battendo la mano sul vetro.
Nessuna risposta. Era notte inoltrata.
Si voltò verso di me e mi diede un’occhiata veloce. Trattenevo a stento le lacrime.
«Aspettami qui» la sua voce roca si era fatta più gentile, si disperse veloce nel silenzio dei dormitori. Si voltò e come un fulmine scomparì nel buio dei corridoi. Lo seguì con lo sguardo finché potei, poi mi guardai le mani sporche di sangue e di dolore e mi sentì crollare. Caddi ai piedi della porta, stremato, esausto, sul mio viso il sangue tiepido si diluì delle mie lacrime salate che iniziarono a lavarmi gli occhi e a riempire il vuoto che sentivo nel cuore.
Rimasi lì al buio, con dolori lancinanti al viso e agli arti, la vista ancora offuscata e quel maledetto fischio all’orecchio.
Avrei preferito che quell’uomo mi avesse sparato dritto alla tempia.
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Luce
RomanceLa guerra è scoppiata ancora, il mondo è devastato dall'odio e dalla violenza. Un ragazzo, dalla carnagione pallida e gli occhi di uno strano colore turchese, si ritrova scaraventato in un mondo a lui sconosciuto: il mondo dell 'esercito. Senza memo...
