XXIX - Silenzioso e maniacale panico

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Un sussulto del camioncino mi fece sobbalzare. Avevo preso sonno in pochi minuti. Il sole fuori stava cominciando a ritirarsi e dentro, il veicolo, si era fatto affollato e rumoroso. Mi voltai alla mia destra e vidi i fratelli Clark; Aaron sorrideva e Sasà sembrava tranquillo, ero così felice di vedere che stessero bene. Mi misi comodo, dovevamo essere appena partiti. Saremmo arrivati al campo generale nel cuore della notte e poi, chissà cosa ne sarebbe stato di noi. Ci avrei pensato dopo, in quel momento non mi importava. Volevo solo stendermi su un letto e rivedere Andrew. Avevo così paura che gli fosse successo qualcosa, ma dentro me, nel profondo, sentivo che era ancora vivo. Mi aggrappavo a quella speranza.

Il camioncino costeggiava la foresta, io osservavo gli alberi dal finestrino e ogni tanto il viso di Andrew appariva nel riflesso del vetro. La pistola del sergente Del Greco mi trapanava il fianco, la presi in mano e la osservai per qualche attimo: la Morte, la tenevo in mano. Tenevo in mano uno dei suoi arcangeli, un vassallo infernale, uno dei suoi complici. E l’avevo usata, avevo ucciso un indifeso uccellino innocente. La odiavo, la odiavo con tutto me stesso. Se era vero che ero un soldato perché provavo questa sensazione di ripudio verso la violenza? Più passava il tempo più sentivo che la distanza tra me e quel mondo era davvero incolmabile.

Mi alzai. Non volevo avere niente a che fare con quell’arnese. Il sergente era più avanti, continuava a rileggere le carte e controllare ogni appunto scrupolosamente. Volevo restituirgli la pistola. Mi avvicinai con passo lento facendo lo slalom tra gli zaini poggiati a terra, poi, l’impatto. Un boato. Il suono di un pianoforte che cade da un grattacielo. Mi ritrovai a fluttuare in aria, sospeso in mezzo a sottili fiammelle rosse. Il camioncino fece quasi un giro su stesso. I finestrini in frantumi. La terra fresca sotto le mie mani. L’aria spessa e le orecchie che fischiano. Ero sconvolto. Scaraventato fuori dal veicolo. Del sangue caldo mi gocciolava dalla fronte. Immobile, per terra. Panico. Tentai di alzarmi a fatica, mi facevano male le spalle e le braccia. Il veicolo era sciolto e si consumava in un fumo nero come la notte. Alcuni soldati uscivano dai finestrini, altri erano intrappolati sotto le lamiere. Panico. Vidi delle luci, dei veicoli bianchi tutto intorno a noi. Avevo ancora la pistola in mano, mi asciugai il sangue con la manica e mi tirai su nascondendomi dietro al camioncino ribaltato. Vidi Sasà e Aaron uscire da davanti, avevano imbracciato le armi nucleari. Panico. Si avvicinarono a me.

“Luce!” sussurrava uno dei due, “Stai bene? Sei ferito.”
“S-sto bene. C-cosa è stato...”

E poi un altro tonfo. Dei fiotti verdi che venivano da dietro il veicolo. Boati, esplosioni, passi pesanti.

“Muovetevi!” urlava qualcuno.
“Sono troppi. Che facciamo?!”

Ero immobile. Non sapevo cosa fare. Sasà e Aaron si gettarono nella mischia. Vidi dei lampi gialli luminosi propagarsi dalle loro pistole. Dovevo coprire loro le spalle, dovevo fare qualcosa. Convertì il panico in energia e mi alzai, strinsi la pistola con entrambe le mani e strisciando a fianco del veicolo iniziai a sparare alla rinfusa per proteggere i miei compagni. Il sudore mi colava dalla fronte e si mescolava col sangue che fiottava dalla tempia, l’adrenalina sgorgava a fiotti dal mio fegato e il terrore mi percorreva la spina dorsale. I proiettili finirono, mi nascosi dietro il rottame. Gli altri continuavano a sparare. Mi voltai di scatto: il fumo nero stava aumentando e un fortissimo e pungente odore di metano riempiva l’aria.

“Scoppierà” sussurrai, “Scoppierà!” urlai. “Dobbiamo andarcene! Dobbiamo andarcene.”

Alcuni soldati mi sentirono e incominciarono ad allontanarsi.

“Prendete le loro macchine!” urlava qualcuno. “Dobbiamo andarcene.”

Cercai di seguire quella voce, arrivai dal motore del pulmino e con le mai che tremavano cercai di ricaricare la pistola. “Dai cazzo!” non ci riuscivo, le mani mi tremavano da impazzire.

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