XXXV - Gocce di spensieratezza

68 4 31
                                        

"Cosa vuol dire finirai nella neve?" Chiesi ad Andrew non appena fummo fuori da quella stanza dall'aria viziata.

"E' un suo modo di dire. Lo usa sempre. Lo conosco da un sacco... dicono che abbia seppellito nella neve i corpi dei suoi compagni nella spedizione in Alaska. Le sue mani erano in condizioni pietose per aver toccato tutti i cadaveri radioattivi – o almeno le parti che restavano di loro – e averli sepolti nel ghiaccio. Le prime battaglie in America sono state davvero spietate."

"Peggio di quello che hai visto a San Pietroburgo?"

"Peggio di qualunque cosa si possa vedere."

I suoi occhi si velarono di un manto scuro.

"Perché non mi hai mai parlato della guerra, Andrew?" chiesi io mettendomi davanti a lui e incastrandolo con lo sguardo.

Lui era in difficoltà.

"Non sapevo cosa raccontare. Non c'è molto da dire. È stato solo morte in ogni battaglia. Io pensavo di saperne qualcosa, di fare la cosa giusta ma... è orribile."

Sulle sue palpebre si addensò un sottile strato di commozione.

Continuai a fissarlo intensamente negli occhi: era così diverso da quando era tornato, mi sembrava di conoscerlo da sempre. Ormai ero sicuro che quell'uomo che avevo conosciuto i primi mesi era solo un personaggio in cerca di autore. Mi tremava il cuore ogni volta che parlava, ogni volta che il suo sguardo lasciava trapelare un'emozione, fosse essa gioia o dolore. Era bellissimo, era ancora più bello con le rughe della vita sul viso e con i sentimenti che gli sporgevano dagli occhi, senza tutto quel cerone di apatia e insofferenza che aveva ostentato sino a quel momento.

Non riuscii a dire nulla. Non osai chiedere altro sulla guerra, non volevo fargli del male. Mi avvicinai di istinto, senza capirne il motivo. Mi sentivo attratto da lui sempre di più, ancora di più: il suo corpo era un richiamo per i miei sensi addormentati e mi bastonava, mi chiamava a sé. La sua anima in subbuglio mi frustava ad ogni respiro e la sua presenza era così surreale e sensuale da scombussolarmi le viscere. 

Gli portai una mano al viso e con l'indice gli asciugai la preoccupazione dall'occhio.

I nostri fiati si incatenarono l'uno all'altro, i nostri profumi si miscelarono in un'unica essenza lasciva e il mio cuore si ammutolì di colpo.

"Principessa?! Sei vivo!"

Mi voltai di scatto, ripresi a respirare. Era Chris, non poteva che essere lui. Scossi il viso per riprendermi da quel momento irreale e gli sorrisi mentre lui si avvicinava verso di noi.

"Perché lo chiami così, soldato?" disse Andrew con voce grave.

"Tenente Costas... ehm..." Chris non si era accorto di Andrew. Si portò una mano alla fronte e si mise sull'attenti.

"Non c'è problema Andrew." Feci io.

"Andrew..." ripeté Chris in un sussurro che sfuggì alle orecchie del tenente.

"Sono vivo!" tentai di allentare la tensione. "Sono stati dei giorni molto intensi."
"Ci credo. Sei andato vicino al lago maledetto."

Mi tirò una pacca sulla spalla. Andrew lo folgorò con lo sguardo.

"Io ho delle cose da fare. Ci becchiamo in giro. Tenente." Si dileguò salutando con il saluto militare. Io sventolai la mano in aria come un bambino.

"Non mi piace." Sentenziò Andrew.
___

Non ci separammo per tutto il pomeriggio. Camminavamo vicini, ad un solo granello di universo di distanza e ogni tanto le nostre braccia si sfioravano. Parlammo di tutto. Mangiammo qualcosa ma non ci perdemmo di vista un attimo. Tornai in infermeria, dove mi somministrarono qualche flebo e qualche altra sostanza gialla. Andrew rimase al mio fianco, restando in silenzio, fin quando non venne sera.

LuceDove le storie prendono vita. Scoprilo ora