Quella sera le mie gambe tremavano, non sentivo più le dita e mi girava la testa come una giostra per bambini.
Era strano riuscire a ricordare che mi piacevano gli uomini; era un po’ come tornare a casa dopo una vacanza o riabbracciare una persona che non si vede da tanto tempo.
Faceva male, era troppo per la mia mente affaticata, ma era la cosa più bella che mi fosse successo sino ad allora.
Non dissi una parola a Chris quando tornammo in stanza dopo cena, mi gettai sulla branda con ancora gli scarponcini addosso e tentai di respirare tranquillamente. Se avessi chiuso gli occhi in quel momento, mi sarei addormentato all’istante ma c’era Andrew ad aspettarmi e, questa volta, non potevo permettermi di arrivare in ritardo.
Mi alzai e mi sfilai la divisa. Mi risedetti e mi tolsi gli scarponi: i miei piedi erano costellati di ciocche che facevano malissimo. Tentai di massaggiarmi le dita con una mano cercando in vano sollievo.
“Abituatici. Quelle scarpe ti distruggono!”
Era il ragazzo dai capelli rossi, non mi aspettavo mi rivolgesse la parola di nuovo.
“Come ti chiami?” chiesi io intraprendente. Il mio tono di voce era diverso da quello che avevo usato sino ad allora, era come se avessi ricordato, oltre il fatto di essere gay, anche di non essere così timido e impacciato come credevo.
“Soldato Aaron Clark, piacere.”
“Io… ho perso la memoria. Ma… Luce, piacere” dissi visibilmente a disagio. Lui mi studiò per qualche attimo in silenzio, poi accennò un sorriso. I suoi occhi erano puri e gentili.
“Lui,” disse indicando il ragazzo mediterraneo che avevo visto nel pomeriggio, “è mio fratello Sasà.”
“Ti ho detto di non chiamarmi così, testa di cazzo” disse l’altro con tono scherzoso; era senza maglietta, si voltò e tirò un ceffone sul braccio del fratello. Mi lasciai scappare un sorriso.
Lui mi fulminò con quei suoi occhi neri come la notte e un’espressione dura come il cemento.
“Soldato Clark” disse a bassa voce prima di tendermi una mano.
La strinsi forte sorridendo e colsi l’occasione per studiarlo da vicino. I suoi lineamenti erano rudi e virili, portava una barba incolta scura con disinvoltura e fierezza e due sopracciglia spesse e curate. I miei occhi caddero poi sul suo corpo svestito, di bronzo. Due pettorali forti e irsuti che indirizzavano lo sguardo verso le spalle e le braccia dure come il marmo.
Si allontanò, osservai il suo dorso da titano senza farmi notare. Mentre spiavo la sua pelle ambrata e le sue linee sinuose e robuste, nel basso ventre iniziai a sentire una strana sensazione. L’avevo già sentita prima di allora, ma mai come in quel momento. Sentì l’inguine tirare e il bacino irrigidirsi tutto ad un tratto; il pene mi si fece turgido, la bocca umida. Era come una sensazione familiare, come qualcosa di normale che mi sembrava di ricordare in modo sbiadito e lontano. Quando sentì l'inguine strapparsi e farsi di pietra, e sentì dentro di me come un boato, un tuono che squarcia il cielo ingrigito, all’istante, mi fu tutto chiaro. Era un’erezione.
Divenni viola, mi guardai intorno: nessuno mi stava osservando, c’erano solo i fratelli Clark in stanza che si cambiavano e riordinavano le loro cose.
“I-Io… vado. Ciao!” dissi sgattaiolando velocemente fuori dalla stanza e allungando le vocali.
A quanto pare, il mio corpo ricordava il tipo di uomo che mi piaceva.
Dopo pochi minuti la situazione nei miei slip era tornata sotto controllo. Tirai un sospiro di sollievo e mi incamminai verso l’ufficio di Andrew.
Bussai alla porta e, questa volta, attesi una risposta.
“Avanti”, entrai.
“Ciao, Luce.”
Il suo modo così informale di salutarmi mi lasciò di sasso. Era seduto sulla sua poltrona con i suoi occhialetti e una tenera stanchezza sul viso.
“Tenente Andrew” lo provocai: volevo vedere se potevo permettermi di chiamarlo così.
Rimase impassibile, continuando a scarabocchiare qualcosa su un foglio.
Io rimasi fermo sulla soglia per una manciata di secondi poi feci un passo avanti.
“Siediti, arrivo subito” disse gesticolando con la penna e alzando appena lo sguardo.
Feci come disse, mi misi davanti a lui e lo studiai a lungo. Osservai il suo viso squadrato, il suo taglio degli occhi, le sue sopracciglia triangolari, bionde e scomposte. Il naso sottile, su cui era poggiata quella montatura essenziale, sembrava fosse stato scolpito da Michelangelo, perfettamente in armonia con le dolci labbra affusolate, appena vermiglie, che riposavano sotto la volta del suo arco di cupido, marcato, ma perfetto. Dalle orecchie, scendeva giù prominente la mandibola larga e appuntita, che passando per il pomo d’Adamo, guidava verso il collo nerboruto e massiccio. Il trapezio sporgente, le spalle larghe, la camicia verde sbottonata che lasciava intravedere il suo petto muscoloso e virile.
Mi incantai a guardare la sua mano possente che danzava a ritmo con la penna su quel foglio bianco e vergine. Le maniche tirate su lasciavano intravedere il polso sottile che pattinava sulla carta, nascondendo le braccia muscolose che si contraevano sotto il tessuto in sincrono con la sua calligrafia.
Mentre la bocca mi si faceva secca e le mani sudate, Andrew, forse accortosi del mio sguardo aguzzo, alzò appena il viso, piantando i suoi occhi, delicati quanto una primula bianca, nei miei.
Mantenne il contatto visivo per qualche istante e poi tornò a scrivere.
Il ventre in subbuglio, l’inguine teso, il fallo denso: ero spacciato.
Il tenente Andrew Fernandez Costas era l’uomo più bello che avessi mai visto…
Non vedrò mai Taranto bella
non vedrò mai le betulle
Stavo iniziando ad abituarmi a quel dolore alla tempia, ma quella poesia mi lasciava uno strano retrogusto dolce in bocca. Non capivo.
Mentre mi massaggiavo appena la fronte cercando di far sbiadire tutti quei pensieri in una nuvoletta di fumo, Andrew smise di scrive tutto d’un tratto.
“Ti sanguina il labbro” disse tra i denti.
Mi portai la mano alla bocca: le labbra mi si dovevano essere spaccate per il freddo pungente della giornata; erano così screpolate, non me n’ero neanche accorto.
Lui si alzò di scatto dalla sedia. Mentre camminava lentamente verso una cassettiera dall’altra parte dello studio, notai per la prima volta che il suo passo era strano, zoppicava appena dalla gamba destra. Pensai che gli si fosse addormentata la gamba o che fosse semplicemente indolenzito. Il suo passo stanco, la camicia fuori dai pantaloni, con le maniche tirate su e il colletto sbottonato, mi fecero battere il cuore all’impazzata. In quel momento quell’uomo sicuro e austero, così indifeso e vulnerabile, trasudava una tenerezza che non gli avevo mai visto addosso. Era come un abito fatto su misura per lui, gli stava dannatamente bene ma non lo indossava mai.
Rovistò in modo caotico in uno dei cassetti finché non trovò delle garze e una bottiglietta di Betadine. Si avvicinò a me con passo lento e scostante e con mano gentile mi afferrò il mento, tirandomi su il viso. Smisi di respirare per qualche attimo, fin quando iniziò a tamponarmi il labbro inferiore con l’altra mano, allo stesso modo di quella terribile notte. Ero paralizzato. Sconvolto dal calore delle sue mani sul mio viso e solleticato dal pizzicorino del disinfettante, rimasi ad ammirare i suoi occhi, che ignoravano i miei per concentrarsi sulle mie labbra spaccate e impersonali.
Continuò a medicarmi per qualche istante che mi parve eterno, mentre io, dentro, ardevo come un bastoncino d’incenso al gelsomino: lentamente, solo sulla punta; diventavo cenere e sbiadivo in un denso fumo profumato.
Si allontanò d’improvviso; mi lasciò col gusto di lussuria e disinfettante sulle labbra.
“Grazie” sussurrai con la voce che mi tremava.
Tornò a sedersi, tornò alle sue carte.
“Lei come sta, tenente?” chiesi poi con un pizzico di malizia e coraggio.
“Dammi del tu” ordinò.
“Tu… come stai, tenente?” farfugliai.
Andrew posò la penna e alzò lo sguardo su di me. Mi studiò per pigri e lunghi attimi. “Sembri diverso.”
“Sarà la stanchezza…” improvvisai.
“Va a riposare, soldato. Tanto ho da fare.”
Il suo tono duro e scontroso mi colpì dritto in faccia. Non mi degnò più di uno sguardo. Odiavo quel suo modo di fare: prima apriva un piccolo spiraglio di confidenza tra noi e due minuti dopo tornava gelido e impenetrabile. Mi sentivo come un cane al guinzaglio che viene lasciato libero di camminare; quando sta per annusare le feci di qualche altro cane, lo si tira via tirando forte il filo. Così faceva Andrew: mi dava appena un po’ di corda per avvicinarmi a lui e poi tirava il guinzaglio così forte da strozzarmi.
Lo salutai e me ne andai a testa bassa, come un cane bastonato.
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Luce
RomanceLa guerra è scoppiata ancora, il mondo è devastato dall'odio e dalla violenza. Un ragazzo, dalla carnagione pallida e gli occhi di uno strano colore turchese, si ritrova scaraventato in un mondo a lui sconosciuto: il mondo dell 'esercito. Senza memo...
