XXXIII - Manciata di spiccioli

58 3 12
                                        

Sasà tornò a riposare dopo avermi portato lo zaino e averlo poggiato ai piedi del letto. Mi misi comodo, assaporai qualche attimo di meritata solitudine e mi lasciai avvolgere dal lenzuolo bianco che mi copriva il corpo.

Erano stati dei giorni violenti e non riuscivo ad immaginare quanto potesse essere spietata la vera guerra. In fondo non era successo nulla, non avevo visto il suo vero potenziale e non potevo concretizzare nella mia mente tutta la distruzione che si portava dietro. Mi ero lasciato intontire e sconfiggere da qualche giorno in quella cupa foresta, dalla vista di quelle tute bianche e dalla paura di perdere il mio amico. Ma la guerra era lì in agguato, ci aspettava a braccia conserte e si affilava i canini, pronta a divertirsi un po' con le nostre vite che non valevano più che di una manciata di spiccioli.

Decisi di tirarmi su, o quei pensieri ansiogeni non avrebbero smesso di punzecchiarmi e mandarmi in panico ancora. Mi misi a mezzo letto, mi guardai intorno: la stanza era invasa dalla luce fredda del sole del nord, filtrata dalle vetrate colorate che tappezzavano l'edificio. I letti in ferro battuto si rincorrevano in fila indiana e qualche strumento medicale o paravento si intrometteva nell'ordine geometrico dell'infermeria. Lanciai le gambe oltre il letto e ripresi ad osservare; davanti a me, in fondo alla stanza, sembrava esserci un piccolo altare. Alzai lo sguardo, il tetto era alto e si chiudeva in volute slanciate. Sopra l'altare, un affresco consumato dal tempo che ritraeva la Vergine Maria china sulle ginocchia, con il Figlio illuminato di Spirito Santo tra le braccia e una croce in legno scuro alle spalle, pronta a cadere loro addosso. I loro volti e le loro espressioni, di pura passione e dolore, erano scoloriti dall'orologio e dalla pietà di una madre davanti alla morte del figlio. La scena era drammatica, irruenta e livida, distante dalla santità pia che soleva accarezzare il viso della Madonna. Alcuni raggi colorati di sole si infrangevano sul viso ansante e martoriato di Gesù, fino a cadere, come lacrime o gocce di sangue, sull'altare sconsacrato.

Mi vennero i brividi. Mi misi in piedi. Diedi le spalle a quel dipinto angoscioso e rovistai nello zaino che mi aveva portato Sasà. Sentì con la mano la pistola del sergente Del Greco: un conato di nausea mi salì in gola. La presi in mano e me la infilai nell'elastico degli slip sotto il camice, ripresi a cercare fino a quando le mie dita infeltrite sfiorarono la carta porosa delle cartine e degli appunti del sergente. Li tirai fuori e li osservai per qualche attimo. Sulla prima pagina, mi permisi di leggere:

Al Generale Pichler, Foresta di Neetud Metsa, 21 marzo

Redigo il resoconto della missione di ricognizione nella foresta a sud-ovest del lago dei Ciudi, con annesse le mappe e i valori di radiazioni della zona...

Non lessi altro. Non mi sembrava opportuno. Dovevo trovare il generale Pichler e consegnargli quei fogli.

Mi misi in piedi. Camminare era quasi difficile. I miei muscoli erano ancora intorpiditi ma potevo farcela, un passo alla volta, un piede davanti all'altro. Il camice bianco che indossavo sventagliava per gli spifferi della primavera che entravano dalle finestre e mi portava indietro a qualche mese prima, quando camminavo in mezzo alla neve con un indumento simile e l'aria fredda mi sfiorava le cosce. Un déjà-vu di stagione.

Nella mano sinistra tenevo stretti i fogli del sergente mentre l'altra mano era stretta in un pugno di agitazione e sudore: il generale Pichler non mi ispirava fiducia e mi metteva a disagio, non volevo presentarmi davanti a lui con quel grembiulino e il viso stanco di chi ha dormito per due giorni. Dovevo farlo comunque, anche se non mi piaceva l'idea. Uscii dall'infermeria, non c'era nessuno, non si sentiva nessun rumore, mi sembrava quasi di sognare, come se in realtà fossi ancora sdraiato a letto o nella foresta maledetta dove il tempo non scorreva. Mi inoltrai in un corridoio di invetriate e finestre gotiche dalle quali entrava la luce tiepida e riparatrice del primo pomeriggio. Mi muovevo a caso, senza sapere dove andare. Un soffio d'aria mi accarezzò il collo e mi fece cadere qualche foglio di mano. Li raccolsi, mi tirai su e guardai fuori attraverso le schegge di vetro colorate che avevano lasciato entrare l'aria. Il sole mi feriva gli occhi ma le venature del vetro si illuminavano come arterie dense di luce. Guardai meglio, c'era un uomo fuori, una figura dissestata, sedeva all'ombra di un salice dalle foglie secche e ingiallite, e fissava davanti a se quasi cercasse la forza di rialzarsi. Il mio cuore accelerò di qualche battito. Non poteva essere lui, non ne ero sicuro. Era solo un'altra allucinazione, stavo perdendo la testa del tutto. Eppure se ne stava lì, a farsi consolare dai sospiri della primavera; sembrava così vero. Mi leccai le labbra che si erano fatte secche, strizzai gli occhi. Lui si voltò verso la mia direzione, le scaglie di luce che vincevano le fronde del salice illuminarono per un istante il suo sguardo, un riflesso ceruleo e dolce mi colpì dritto al petto.

LuceDove le storie prendono vita. Scoprilo ora