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La fatica pian piano aveva iniziato a farsi sentire. Le palpebre di Jade erano diventate tendaggi pesanti sulle vetrate fumose delle sue iridi, al punto da schermare la luce a intervalli cadenzati.
Il profilo di Solara. Il gesto di Mihawk. Una nube. Il calar del sole. Terra.
Forse anche l'aria rarefatta della teca di agalmaltolite aveva contribuito ad assopirla fino ad accompagnarla in un sonno pesante.

Riapre gli occhi in un momento imprecisato della notte, scoprendosi libera della prigione trasparente, ma nuovamente vincolata da due polsiere tutt'altro che innocue. Alla base delle sue mani, infatti, Jade nota due bracciali ad anello simmetrici dello stesso, maledetto, metallo.
Sposta la sua attenzione amareggiata, rendendosi conto solo in quel momento dell'ambiente che la circonda: un pavimento legnoso, una vecchia rete sgangherata e un comodino spartano. Nessuna traccia dei suoi capziosi accompagnatori. Che fine hanno fatto? E che fine ha fatto lei stessa?

Ricorda nitidamente lo spadaccino mentre pronuncia con voce tetra il nome di suo zio. Le sembra quasi di vedere oltre la porta malconcia il profilo lugubre della lama che si porta tra le scapole. Ed in effetti, quasi in risposta a quel lungo elenco di supposizioni, la porta scricchiola sui cardini, lasciando spazio a una lunga chioma di capelli biondi.

"Ah, non dorme già più..." commenta.

Muove un passo nella stanza, ma si blocca al tintinnio delle catene. Dubita.

"Non dovrei essere qui..." conferma con un mormorio "Però, mi sembrava giusto dirti che..."

La bionda si blocca. Se solo Jade potesse raggiungerla e scoprire nitidamente cosa pensa, cosa nasconde, cosa nascondono tutti.
Prima che possa pensare a come convincerla, Solara sussulta e scompare con la stessa velocità con cui si è fatta viva. Rumore di passi veloci, poi un tonfo e di nuovo il silenzio.

Deve aspettare ancora qualche minuto prima che un suono regolare si faccia sempre più vicino, accompagnato dallo strascico di una stoffa pesante. L'aria è cambiata, le catene tintinnano senza che lei si muova, colpite da un'aura soffusa che pian piano aleggia più densa.
Il modo in cui si ferma facendo battere entrambi i piedi davanti alla porta è un segno che tante volte le aveva permesso di non farsi trovare con le mani nel sacco, perché sapeva benissimo che quando sua madre arrivava davanti alla propria meta si fermava a piedi paralleli e aspettava di tirare un lungo sospiro prima di proseguire con il da farsi.

Sospetta che non abbia avuto bisogno di toccare la maniglia per comparirle di fronte. Lo sguardo fermo sui suoi occhi tetri ancora prima di rendersi visibile, il tabarro scuro semiaperto a far intravedere una camicia in lino sottile, un oggetto non identificabile stritolato nel pugno. E quei capelli, gemelli inequivocabili e silente condanna nella sua vita, assieme al proprio cognome.

Un respiro breve, poi il cuore inizia a pulsare vivacemente facendosi sentire a livello delle carotidi.
Lo ha visto più volte sulla carta dei giornali che di persona. L'unica foto che conservava era logora e chiusa da anni in un cassetto, ormai abbandonato miglia addietro, tra le cose di sua madre. In essa non presenziavano nè le tre cicatrici, dure e simmetriche come le era stato raccontato, nè l'espressione contrita che le rivolge, apparentemente in auge al posto del sorriso con una fossetta asimmetrica in cui ricordava di essersi specchiata da piccola.

L'uomo non fatica a restare impassibile, ma dentro di sé strangola la nostalgia e affoga il rimpianto a due mani.
Se non avesse quel lugubre velo di oscurità negli occhi si potrebbe dire senza alcun dubbio che sua sorella fosse di fronte a lui, reduce da un patto con il frutto del diavolo Ope-Ope per l'eterna giovinezza. Inoltre, sua sorella non mancava mai di un guizzo emozionato negli occhi ogniqualvolta si incontravano: la ragazza che ha di fronte è una perfetta copia di cera immobile, inanimata, se non da un evidente stato di allarme.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jun 10 ⏰

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