Capitolo 54.

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Alex's POV

Dopo circa un mese, mi fecero uscire da quel maledettissimo ospedale. Odiavo ogni singola cosa di quel posto, il cibo, il letto, il fatto che avessi così poca privacy, la riabilitazione mi faceva sentire una totale incapace e, più di tutto, odiavo sentirmi lontana dalle persone che amavo.

Il giorno in cui mi hanno dimesso, pioveva. Ma era così bello. Sentire la pioggia che cade, come cade ogni cosa prima o poi, come ero caduta anch'io. Eppure lei mi bagnava, mi sapeva confortare, mi sapeva far sorridere. Che bello era sentire qualcosa di così vivo e naturale accarezzare te come con chiunque altro. Perché la pioggia cade su tutti, indistintamente. Che tu abbia o meno dei genitori, che tu sia benestante o no, che tu abbia rischiato di morire poche settimane prima o sia la persona più sana del mondo. La pioggia non prova pena per te, la pioggia scende e basta.

Chiesi al mio medico, Carl,  di mentire su quando sarei uscita, di dire agli altri che mi ci sarebbe voluta un'altra settimana. Volevo tornare a casa da sola, senza che nessuno mi prendesse sotto braccio e senza che nessuno mi chiedesse costantemente come stessi, come era capitato in quelle settimane. Chiamai il mio autista, quasi mi ero scordata di lui, tanto erano rare le volte in cui non prendevo io la mia auto.

Già, la mia auto; chissà che fine aveva fatto, chissà in quale officina stava marcendo la sua carcassa.  Sospirai, rendendomi conto che entrare nell'auto scura, arrivata a posta per me, mi aveva fatto fatto salire improvvisamente i battiti. Appoggiai la fronte al finestrino mentre l'autista poggiava nel bagagliaio i miei averi. Compreso il mio telefono il quale ignorai meticolosamente per tutto il tempo. Non avevo voglia di leggere centinaia di messaggi di "Rimettiti presto!!!!"  Scritti da persone a caso che avrò visto due volte in vita mia.

Durante il viaggio poggiai la testa al finestrino. Nella mia mente un pensiero mi fermava dal vivere tranquillamente. Dovevo parlare con Chris, dovevo dirgli qual era il mio dubbio dal primo momento in cui mi ero svegliata e ricordata dell'incidente. Sospirai ancora una volta, il respiro era meno affannato delle settimane precedenti, ma sentivo comunque di non essere me stessa. Erano circa le sette di sera, chiesi esplicitamente di essere dimessa a quell'ora, ancora una volta insistendo, dato che solitamente i pazienti vengono dimessi la mattina. Insistetti, moltissimo, ma alla fine si convinsero. Sapevo che a quell'ora Sara si trovava a casa, così mi feci accompagnare da lei. Citofonai nel vecchio edificio, aspettando mi aprisse. Avevo il cuore a mille al solo pensiero di sentire la sua voce sorpresa dalla mia presenza lì. Mi avrebbe chiesto chi fosse attraverso il microfono, avrei semplicemente risposto "io", magari avrebbe sorriso, magari non avrebbe comunque capito. Non lo so, ma la volevo.

Dopo circa tre tentativi e nessuna risposta, mi arresi. Il mio umore calò a picco. Che fosse uscita con qualcuno? Sentivo il mio cuore tremare al solo pensiero. Un vento gelido mi spostò i capelli. Misi le mani all'interno della giacca scura che portavo. Feci dietrofront, e rientrai nell'auto che mi aveva scortato fin lì.

- "Dove la porto signora Jackson?"

-"A casa mia. Grazie."

E così il viaggio fu estenuante. In silenzio, continuavo a pensare a dove fosse finita, magari era semplicemente uscita con Amy, magari mi era venuta a trovare in ospedale. Eppure la sensazione che fosse con qualcun altro rimaneva. Rimaneva la paura e la rabbia. Nel rimuginare, arrivai a casa. Salutai il mio autista e, nonostante insistette per portare lui la mia valigia, gli intimai di non farlo se non voleva vedermi realmente arrabbiata. Esitò un momento, deglutì rumorosamente e annuì, lasciandomi sotto il maestoso edificio.

Arrivai leggermente affaticata davanti la porta. Infilai la chiave nella fessura, ma non sentii alcun rumore di apertura. C'era qualcuno dentro. E prima che questo pensiero mi facesse trasalire e pensare che un malintenzionato mi avesse già rubato ogni avere, la porta si aprì. Davanti a me una Tania scioccata si era portata una mano di fronte la bocca, dopo aver emesso un leggero quanto acuto urletto. Sorrisi, portandomi un dito davanti la bocca, facendole cenno di stare zitta. Lei annuì, facendosi uscire un sorriso a trentadue denti. Entrai piano, riconoscendo immediatamente l'odore di casa mia. Ma per quanto volessi godermi quella sensazione, la visione di Sara presa a preparare la tavola, che mi dava le spalle catturò la mia attenzione. Era lì. Non era con qualcun altro, non era uscita, non era da nessuna parte. Era davanti a me, in casa mia, aspettando la cena.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Feb 09, 2025 ⏰

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