Epilogo (2)

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Lilith.

Dicembre.

Il cambiamento fa paura.
A me, per esempio, terrorizzava.

Quando passi una vita intera nella stessa gabbia, vedendo sempre gli stessi volti, ascoltando ogni giorno le stesse voci, a tutte le ore... finisci per abituarti.

Non importa quanto male possano farti le loro mani, quanto deformi appaiano i loro volti nella tua mente, quanta cattiveria ci sia nei loro toni.
Ti ci abitui lo stesso.

Quell'ambiente che tanto odiavo, quel letto a cui venivo legata, quella realtà infernale a cui ero stata costretta, era diventata la mia identità.
Per quanto la detestassi, l'idea di non viverla più mi stringeva lo stomaco e mi faceva sudare freddo dalla paura.

Mi ero promessa — giurata — che avrei sacrificato la mia vita pur di salvare quei ragazzi che, ormai, erano diventati la mia unica famiglia.

Eppure, la prima cosa che riuscii ad ammettere alla mia psicologa, la dottoressa Lizzie Donald, fu proprio questa: mi ero imposta di liberarli, ma quante volte avevo pensato di lasciar perdere, solo per la paura di un cambiamento troppo drastico.

Fu per quello stesso motivo che la proposta di stabilirmi in Russia con Maxwell non mi sembrò poi così terribile. Quel contesto lo conoscevo. Viverci per l'eternità non mi spaventava.

Ma il ritorno di Julian Madd nella mia vita non era previsto.

Julian Madd fu il primo vero cambiamento. La pedina che rovesciò l'intera scacchiera.

Anche se non l'avessi aiutato, anche se non avessi tradito mio padre, ne ero certa: sarebbe comunque arrivato fino in fondo.
Forse gli ci sarebbe voluto qualche mese in più, tutto qui.

Aprii lentamente la porta d'ingresso, cercando di non fare più rumore del solito. Erano quasi le undici di domenica mattina, l'unico giorno libero che Julian si concedeva, e svegliarlo era l'ultima cosa che volevo fare.

Mi tolsi il cappotto e le scarpe, poi lasciai la borsa sul divano. A piedi scalzi salii la scalinata e raggiunsi la nostra camera da letto.
O meglio, considerato che quella era solo casa sua, quella stanza era sua e basta.

Convivevamo da un anno, anche se non avevo ancora cambiato residenza. I genitori di Julian, che lavoravano nel settore immobiliare, mi avevano consigliato di farlo non appena avessimo trovato casa; intanto, però, la sua casa era diventata anche la mia.

Pensandoci bene, Julian era sempre stato casa mia.

Nel suo armadio c'erano anche i miei vestiti, nel frigo la mia marmellata alla ciliegia, in bagno il mio spazzolino accanto al suo e il mio accappatoio appeso dietro la porta.

Le sue lenzuola non avevano più solo il suo profumo, ma il nostro.

Inspirai a fondo mentre entravo in camera e mi sedetti sul mio lato del letto, a gambe incrociate.

Il detective dai boccoli biondi e dal corpo cosparso di tatuaggi dormiva a pancia in giù, stringendo al petto il cuscino. Il mio cuscino.

Sorrisi, avvolta nel mio dolcevita bianco, e allungai la mano per seguire il contorno del tatuaggio sulla sua schiena nuda.
Ogni volta che lo vedevo, ripensavo a quanto Hannah lo detestasse.

Il mio indice scivolò lentamente sulla cicatrice più in basso. La sfiorai con delicatezza, come se temessi di fargli male, anche se era ormai guarita da tempo e quello che rimaneva era solo un lungo tratto bianco, leggermente in rilievo rispetto alla pelle circostante.

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