59- Tainted love.

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Tainted love: (n.) love you have for a person that is so deep and feels like it should last forever, but it can't for some complicated, unfair reason.

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Lilith.

I granelli di sabbia nella clessidra della mia vita si stavano esaurendo, e lo sapevo bene. Nelle ultime settimane avevano cominciato a scendere  sempre più velocemente; non riuscivo più a tenere il conto, e i giorni si susseguivano uno dopo l'altro senza che li vivessi davvero.

Non sentivo nulla, assolutamente niente.

Riuscivo a provare un briciolo di malinconia solo quando vedevo i ragazzi, e l'ultima volta che avevo sentito qualcosa era stato a casa di Julian la settimana prima. Mi domandai se avesse capito davvero tutto, o se qualcosa gli sfuggisse ancora.

Una cosa, però, era certa: aveva intuito che il mio tempo stava per finire, e lasciargli qualcosa di mio era l'unico gesto che potevo compiere.

Vederlo sconvolto alla rivelazione su Harold mi aveva spezzato l'ultimo frammento di cuore rimasto, e non potergli stare accanto nei giorni successivi mi causava una fitta allo stomaco.

Cercavo di conciliare il lavoro con il tempo trascorso con lui, ma non riuscivo a godermi nessun momento, tormentata dal tintinnio costante dell'orologio nella mia testa.

Tic, tac, tic, tac. Devi sbrigarti, Lilith, le cose stanno per mettersi male.

Era ciò che il mio cervello mi ripeteva quando mi guardavo allo specchio, l'ultimo pensiero che mi attraversava la mente prima di prendere sonno, in quelle poche notti in cui riuscivo a dormire.

Per il resto, non sentivo assolutamente niente, chiusa nella mia bolla di apatia, in attesa che il domino cominciasse a cadere. Un pezzo dopo l'altro, perfettamente bilanciato.

Anche in quel momento, mentre tamponavo la mia fronte sudata e stringevo i denti per il dolore ai muscoli delle gambe, sembrava che fossi intoccabile dal punto di vista mentale. Poi, Nick tornò da me con del ghiaccio, e mi costrinse a sedermi sulla panca.

«Stupida, ti avevo detto di fare piano. Non hai fatto molto allenamento nell'ultimo periodo, è ovvio che ti faccia male tutto» rimproverò con tono severo, ma pur sempre affettuoso.

«Non fare così» ridacchiai. «Guarda che non è la prima volta che mi faccio male al polso».

«Hai tirato male il pugno, e l'hai fatto troppo forte. Dimmi, che volevi fare?»

«Non volevo fare niente, è semplicemente capitato» scrollai le spalle e lasciai che adagiasse il ghiaccio sul polso sinistro. «Comunque, non è niente di che, solo una piccola botta».

Si mise in piedi, tenendo i miei guantoni tra le mani. Li sistemò nel mio borsone, poi mi passò la felpa per coprirmi le spalle.

«Come va con Cameron?» domandai dopo un breve attimo di silenzio. «So che il mese prossimo vorrebbe venire qui, a Londra. Vi incontrerete?»

«Mi piacerebbe» sorrise, mentre si rimetteva la maglietta a maniche lunghe. «Ma non so, dubito di riuscirci. Lo stronzo sta rompendo i coglioni più di quanto abbia fatto in questi anni, non capisco che cazzo gli prende».

«Pisciasotto» sibilai. «È per Julian, sa che vi siete affezionati a lui».

«Chissà cosa penserà del fatto che la sua figlia preferita ha praticamente una relazione con il detective in questione» rise di gusto. «Oppure lo sa già, molto divertente».

«Che lo sappia o meno, ciò che mi interessa è che non gli abbia ancora piantato una pallottola in fronte» sospirai, alzandomi e infilando il giubbotto. «Si è limitato a offrirgli soldi, che Julian ha praticamente bruciato sotto il suo naso».

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