Parker le diede una gomitata leggera e la guardò con quel suo sorriso sghembo, gli occhi brillanti anche nella penombra della città sotto di loro.
«Allora... mi parli un po' di te, principessa? A parte il fatto che sei una ballerina e che su Instagram sembri uscita da una rivista di moda anni '90, io so poco. Anzi niente.»
Carlotta lo guardò un attimo, poi tornò a fissare le luci lontane.
«Non frequento una delle tante accademie di danza...» disse, con una certa lentezza. «Studio in quella. Quella che mia madre ha fondato. Quella che, con il suo nome, è diventata una delle scuole più selettive del mondo.»
Parker la osservò cambiare. Il tono della voce, lo sguardo, perfino il modo in cui si sedeva: le spalle irrigidite, le mani intrecciate.
«Oh...» fece lui, serio per una volta. «E questa cosa... è un peso, vero?»
Carlotta sospirò.
«Sì. Lo è. Ma non sempre lo è stato. Da piccola era come vivere in una favola, sai? Guardavo mia madre ballare nei video, in teatro... sembrava una dea. E poi... poi ho iniziato a volerlo anche io. Ma il problema è che... non è stato mai solo volerlo. È stato doverlo. A ogni costo.»
Fece una pausa, stringendo le ginocchia contro il petto.
«Mia madre è... è un tipo complicato. E adesso è anche... malata. Sta su una sedia a rotelle. Non camminerà più. E no, non è per un incidente. È per un tumore. Il cancro ha fatto il suo gioco. Mio padre ha scelto per lei quando lei aveva scelto di lasciarsi morire. E adesso... non si parlano quasi più. Vivono come se fossero estranei.»
Parker rimase in silenzio. Non aveva quel tipo di silenzio a disagio, ma quello rispettoso, che sa ascoltare.
Carlotta continuò.
«Mio padre è uno di quelli che fa mille lavori dicendo che sta ancora trovando la sua strada, fa il cantate, il modello, il fotografo e ogni sorta di cosa gli passi per la testa... Sempre in giro per il mondo. Ma alla fine c'è. C'è sempre. Anche se mia madre non vuole più vederlo, anche se lo accusa di tutto. E poi c'è mio fratello. Ascanio. Lui è... il più buono di tutti. Ma ha passato l'inferno. E adesso... adesso vive a Londra con il suo ragazzo, Logan, che ha un brutto tumore e sta facendo una terapia sperimentale. E io... io sono quella che resta. Quella che non dà fastidio. Quella che sorride. Quella che si allena, studia, non pesa su nessuno.»
Parker la fissò ancora, a lungo. Poi, con un tono basso ma deciso, disse:
«Sei anche quella che finge di stare bene, ma si sta mangiando da dentro.»
Carlotta abbassò lo sguardo. Non rispose.
«Lo sai che non hai bisogno di farlo, vero?» continuò lui. «Non devi per forza salvare la faccia. Non con me. E probabilmente nemmeno con loro.»
«Sì che devo» sussurrò lei. «Perché se non lo faccio io, chi lo fa? Mia madre è distrutta. Mio padre è perso nei suoi rimpianti. Ascanio ha già abbastanza da gestire. Io sono... quella che non rompe. Quella che si stringe in un tutù e danza, anche se dentro si sente marcia.»
Parker si voltò verso di lei, serio, intenso.
«Tu non sei marcia. Sei solo stanca. E ferita. E forse pure arrabbiata. Ma non sei marcia, Carlotta. Non lasciare che quella parte di te prenda tutto il resto.»
Lei lo guardò. Per un momento, fu tentata di ridere. Di sdrammatizzare. Ma non lo fece.
Rimase in silenzio.
Poi, come un sussurro:
«A volte sogno di mollare tutto. Di smettere di danzare. Di andare via.»
«E perché non lo fai?» chiese lui, calmo.
«Perché non saprei chi sono senza la danza. Perché ho paura. E perché mia madre... morirebbe dentro. E io non so se voglio essere il motivo per cui le cade addosso...mentalmente non è mai stata al 100%.»
Parker si passò una mano tra i capelli e fece una smorfia.
«Sai cosa penso? Che forse dovresti iniziare a vivere per te. E non per quello che tua madre, tuo padre, o chiunque altro si aspetta. Anche se fa paura. Anche se fa male. Perché se continui a vivere solo per gli altri, poi un giorno ti svegli e non c'è più niente di te da salvare.»
