Elisabeth
Corro - leggermente zoppa - alla ricerca di Ray. L'ho visto letteralmente scappare dalla mia stanza, con il cuore in gola e dopodiché l'ho sentito urlare per tutto l'ospedale. Cos'è successo?
Giro l'intero corridoio, cercandolo anche negli angoli più remoti.
I medici cercano di fermarmi e di suggerirmi di stare seduta e ferma nel mio letto, ma al momento non sento nemmeno il dolore alla gamba. L'unica cosa che percepisco è la tachicardia e il cuore che vuole fuggire dalla gabbia toracica in cui è stato rinchiuso.
Ho finito l'intero ospedale, e le tracce di Ray sono svanite nel nulla: non un lamento, non una telefonata e non trovo la sua macchina. Niente di niente.
Cerco di autoconvincermi che probabilmente sarà uscito e che domani mi telefonerà per spiegarmi cos'è successo, ma appena ritorno nel corridoio, noto dalla finestra la figura di un uomo seduto a terra: Ray.
Mi fiondo come una scheggia verso di lui, spalanco le porte e mi sforzo a correre nella sua direzione, fino a raggiungerlo. Mi inginocchio accanto, nascondendo la fitta di dolore che ha improvvisamente invaso la mia gamba. I suoi occhi sono spenti, senza anima, persi nell'oscurità della notte. Non mi guarda nemmeno.
"Ray? Che succede?" domando, poggiando una mano sulla sua testa per accarezzargli delicatamente i capelli. Non l'avevo mai visto così scioccato. Le sue labbra non permettono parola, nemmeno un suono.
"Ray? Sono preoccupata..." gli confesso.
"È morta, Elisabeth." Non ci sono soggetti e nemmeno descrizioni, ma comunque riesco a capire a chi si sta riferendo. La mia mano si ferma d'istinto, e la stessa sofferenza che lo strozzava nel silenzio e nell'ombra, ora mi accarezza il viso.
Nascondere le proprie paure e le proprie debolezze, ci sembra una difesa, quasi una salvezza. Se non piangiamo non soffriamo, no? Ma non sappiamo che in realtà, quel continuo isolamento è solo una coltellata sulla schiena che blocca un'emorragia, ma dentro moriamo lo stesso.
Il suo sguardo perso nel vuoto. Il suo corpo gettato a terra. I capelli scompigliati e la paura di incrociare i miei occhi: questa, è la paura di cadere.
Paura di crollare, paura di potersi spezzare in mille pezzettini senza mai riuscire ad aggiustarsi. Paura di soffrire.
"Ray, guardami, per favore..." lentamente il suo viso si gira nella mia direzione, stampando il suo dolore nelle mie pupille. Cerca di nascondersi dalla sua stessa paura ma non sa che i suoi occhi sono dei pessimi bugiardi.
Afferro il suo volto con entrambe le mani e accarezzo dolcemente le sue guance.
"Non sei obbligato ad essere forte, Ray..."
Ray
Quindici anni fa...
Cammino a testa alta tra le stradine del mio paese. Ancora due curve e sarò a casa.
Giro un angolo, e la prima cosa che mi assale è un grandissimo cespuglio di rose rosse, che trasporta la sua essenza e il suo odore per tutto il perimetro. Le rose, che ricordi...
Continuo per la mia strada, scacciando via quel ricordo intrusivo che spesso resuscita e prende vita nella mia testa: la piccola bambina bella. La conobbi quando andavo all'asilo, e dalla prima volta in cui le avevo parlato non potei più vivere senza di lei. Ricordo che ero felice solo se lei stava con me. Non capisco come possa, solo una bambina di sette anni, rimanermi impressa nella mente per nove anni.
Adesso ho sedici anni e un sacco di nuove esperienze nei cassetti della memoria, ma nonostante questo, quel cassetto in cui è stato inciso "Elisabeth White" è sempre aperto.
Vabbè.
Giro l'ultimo angolo, e questa volta, mi trovo direttamente davanti a casa mia. Suono il citofono, ma nessuno mi apre. Perciò risuono, ottenendo però lo stesso e identico effetto: nessuna risposta.
Sbuffo, ed appoggio lo zaino a terra. Lo apro, cerco le chiavi per aprire il portone e le afferro. Apro il cancello del giardino, percorrendo il piccolo sentiero per poi arrivare finalmente alla porta principale.
"Mamma? Sono qui, perché non mi hai aperto?" mi lamento.
Mi dirigo verso la porta della mia stanzetta, ma appena la spalanco, trovo soltanto mia madre seduta sul letto, in lacrime. Non dirmi che la malattia è peggiorata mamma... Per favore.
"Ma-mamma... Che hai?" domando, gettando l'occorrente a terra per sedermi a fianco a lei. Le lascio qualche minuto per riprendersi, dopodiché afferra dolcemente le mie mani.
"Tesoro... Ho una terribile notizia da darti. Ma sappi, che io e te la supereremo assieme. O-Ok?" dice, preparandomi mentalmente all'orrenda notizia. Sento l'ansia e la paura che crescono costantemente, facendomi tremare le ossa.
"Mamma ho paura... Dimmi." confesso.
"Riguarda tuo padre." le mani sudano, il sangue si congela nelle mie vene e il respiro accorcia. Cosa mi sta succedendo?
"Vai al punto, per favore..." pugnalami subito, non riesco a sopportare l'ansia della prossima pugnalata.
Mia madre sospira e assorbe tutto l'ossigeno necessario. Mi accarezza una guancia con dolcezza, abbassa lo sguardo, inspira profondamente e ritorna a guardarmi con la morte negli occhi.
"Ha fatto un incidente questa mattina, ed è stato molto grave." mi alzo di scatto, portandomi entrambe le mani al centro del petto. Ho bisogno di più aria, ma allo stesso tempo non riesco a respirarla. Che diamine sta succedendo al mio corpo?
"Co-come sta? I medici che hanno detto?! Sta bene?! Si riprenderà, vero?!" sclero come un disperato, senza rendermene conto.
Mia madre non risponde, si limita solo a girare la testa lentamente come segno di negazione. In un attimo, tutto il panico si blocca, come se qualcuno avesse cliccato un interruttore per spegnerlo definitivamente.
Riprendo tutta l'aria che ho gettato via dai polmoni e guardo mia madre con occhi privi di speranza.
"È... vivo?" domando, ricevendo di nuovo un lento segno di negazione.
Delle lame tagliano il mio stomaco e bucano il mio cuore. Le ginocchia cedono, ed io crollo in un pianto isterico.
Mia madre si getta da me, coprendomi e proteggendomi con le sue braccia. La sento singhiozzare sopra la mia testa, mentre le sue lacrime bagnano i miei capelli. La abbraccio, con la consapevolezza che sta soffrendo anche lei. Sfogo la mia tristezza, lasciando libere tutte le pene che ho sempre assorbito e trattenuto.
"Ce la faremo, ok? Te lo giuro, amore..." sussurra lentamente.
"No, non ce la faccio, mamma." ammetto, sputando così la mia resa. Le sue braccia che fino a poco prima mi colpivano, ora mi allontanano, obbligandomi a guardarla negli occhi.
Le sue mani accarezzano calorosamente il mio volto, fermando per qualche secondo il mio pianto.
"Devi essere forte Ray."
Oggi...
Le parole di Elisabeth e la sua presenza sciolgono il mio nodo alla gola. Osservo i suoi occhi, dove trovo la sua anima di cui so che posso fidarmi, e a cui ho già donato tutto me stesso.
Sento le guance bagnarsi lentamente, e dopo qualche istante, percepisco delle cascate cadere dai miei occhi.
Le braccia di Elisabeth avvolgono velocemente la mia testa, mentre le mie stringono fortemente la sua vita.
"Non... non c'ero per lei... Se solo non fossi stato qui con te! Avrei potuto dirle addio! Non sono riuscito a salutarla Elisabeth!" esclamo, sentendo i sensi di colpa travolgermi e affogarmi. Se solo non fossi stato così stupido da fermarmi per tutto quel tempo a scherzare. Se solo non fossi stato così protettivo con Elisabeth, avrei riservato qualche minuto per mia madre. Se solo non fossi entrato in quella stanza, avrei potuto salutarla.
"Non è colpa tua Ray..." mormora, continuando ad accarezzarmi la testa.
Elisabeth
"Non è colpa tua Ray..." confesso.
È colpa mia se sei qui con me. È colpa mia se sei stato intrappolato.
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Il Riflesso Di Una Bugiarda
RomansaUn posto di lavoro e due criminologi pronti ad ottenerlo. Una bugiarda professionista e un uomo intenzionato a scoprire la verità. Daphne White colpisce come un proiettile ma è fragile come una rosa. La Volpe Nera la cerca con fame e bramosia, atte...
