CAPITOLO TRENTASETTE

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Sto continuando a camminare avanti e indietro in preda all'agitazione. Tra poco avrò un attacco di panico. Non so per quale motivo non sia ancora arrivato Edward. Mi viene voglia di piangere. Odio essere in ritardo. E sono sicura che quando arriveremo a quella dannatissima festa avremo gli occhi di tutti addosso per questo.

Mi impongo di non piangere, per non sbavare tutto il trucco, frutto di un così duro lavoro. Duro perché il tempo trascorso seduta su quella sedia sembrava dilatarsi nel tempo. Odio dovermi truccare così tanto. Di solito uso solo due o tre prodotti, per aiutare il mio colorito cadaverico. Ma questa sera credo di aver addosso un numero di prodotti pari a tutto quello che serve per rendere stabile un grattacielo di una cinquantina di piani.

L'effetto è bellissimo e per nulla eccessivo. Purtroppo però io non sono abituata a tutto questo e faccio fatica a sopportarlo. E, in tutta onestà, non voglio nemmeno dovermi abituare a queste... torture.

Smetto di percorre il metro di pavimento che sto calpestando da diversi minuti. Se dovessi continuare, si creerebbe un canaletto di scolo nel mezzo del mio ingresso. Non posso continuare a camminare o rischierei di sporcare questo stupendo capolavoro. Non posso sbattere i piedi a terra per scaricare l'ansia, la frustrazione e il nervosismo altrimenti rischio di rompere uno dei tacchi di questi preziosi gioielli. Per non parlare del fatto che mi sogno di rosicchiarmi le unghie o toccarmi i capelli nel tentativo di calmarmi.

Quando sto decisamente superando tutti i miei limiti e rischio una crisi di quelle che meriterebbero l'Oscar, finalmente sento il cellulare squillare nella pochette. Pregando che sia Ed lo estraggo per leggere il contenuto del messaggio che ho appena ricevuto.

La prima cosa che vedo è il nome del mittente: Will.

È così assurdo e stupido pensare che per una volta nella vita le cose possano andare come ho pianificato? Per quanto mi riguarda sembra proprio di sì.

Mercoledì William mi ha obbligata ad accettare di tornare a casa insieme a lui. Ho cercato di fuggire da quella situazione in qualsiasi modo. Il mio cervello però non riusciva a pensare lucidamente per creare una scusa convincente da usare per potermi allontanare da lui. Non avevo alcuna scusa, di nessun tipo.

Costretta a salire in macchina con lui, l'aria era pesante e tesa come poche altre volte in vita mia l'ho percepita. Non volava una mosca nell'abitacolo. Cercavo di non aver alcun contatto visivo con lui e di stargli il più lontano possibile nonostante il poco spazio a nostra disposizione. Cercai di rendere la situazione meno imbarazzante accendendo la radio, ma naturalmente lui non ci pensò nemmeno due secondi prima di spegnerla nuovamente.

E il silenzio cadde per la seconda volta tra di noi. Le mie mani sudavano e non riuscivo a stare un attimo ferma. Continuavo ad accavallare e scogliere le gambe per far passare il tempo. E in quel momento mi sembrò di rivivere uno dei tanti momenti in cui, in classe durante le lezioni al liceo, continuavo a fissare l'orologio con la speranza di velocizzare il tempo usando la sola forza del pensiero.

"Non ce la faccio più." La sua voce spezzò quel momento estremamente imbarazzante per entrambi. Nemmeno lui sembrava trovarsi a suo agio. E non capivo perché mi avesse obbligata a rimanere con lui, in uno spazio in cui era impossibile evitarci completamente, se lui stesso provava le mie sensazioni. "Non ricordo nemmeno precisamente per quale motivo abbiamo litigato. Cosa ci ha spinti a tagliarci fuori dalla vita l'uno dell'altra così, senza spiegazioni? Sinceramente, se tu lo ricordi, spiegamelo. Dimmi, qual è il nostro problema?"

"Cerchi di rinfacciarmi il fatto che non sappia per quale motivo mi rifiuto di passare il mio tempo con te, anche solo al lavoro? Scusa, ma forse è il caso di ricordarti che con me non funziona così." Gli risposi piccata. Forse si era dimenticato che dopo tutto ciò che fui costretta a passare, anche a causa sua, non avevo e tuttora non ho, più alcuna intenzione di scusarlo. Non lo avrei fatto se ce ne fosse stata una reale ragione, figuriamoci accettare di farlo nel caso in cui non ce ne è alcuna.

Lacrime & DiamantiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora