CAPITOLO VENTINOVE

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"Hai visto che entrambi hanno fatto finta che io non esistessi?" Siamo al ristorante. Dopo l'iniziale tristezza che ho sentito crescermi dentro, la rabbia ha preso il suo posto. Mi divora da dentro e mi fa sentire caldo.

"Chicca, sta' calma ti prego. Tutti ci stanno guardando."
E in effetti girandomi verso il resto della sala noto un sacco di occhi addosso a noi. Ringrazio che stessi parlando in italiano e non in inglese, perciò credo che tutti mi stiano fissando solo per il mio tono di voce eccessivamente alto, e non propriamente per ciò che stessi dicendo.

"Ma se non capiscono nemmeno quello che sto dicendo! Non possono prendermi per pazza a prescindere!"
La mia amica sbuffa pesantemente.
"Io capisco ciò che dici. E ti credo sinceramente pazza."

La guardo con aria offesa.
"Hey! Come ti permetti!"
"Ho detto solo ciò che penso."
Dice mentre si riempie la bocca con una forchettata di pasta.

Si ripulisce la bocca dal sugo e rinizia a parlare, ferma in ciò che dice.
"Sai che odio doverti dire le cose così. Ma sai anche che penso che sia la cosa migliore essere sincera. Lui era così, e io sinceramente non credo che mai potrà cambiare."

Fa male. Mi sono illusa, per l'ennesima volta dopo tante altre.
"Hai ragione, sono una stupida io a fidarmi..."
"Non dico questo. Ma sei troppo buona e non riesci mai a pensare al lato cattivo delle persone. Ci provi ma non ci riesci."
Un leggero sorriso ricopre le sue labbra. So che sta cercando in un modo tutto suo di aiutarmi a tranquillizzarmi. Provo a credere alle sue parole e a cancellare dalla mia testa, almeno per qualche minuto, la scena che meno di mezz'ora fa mi si è impressa a fuoco nella mente.

Dimentico per un po' tutto e mi concentro sul cibo che si trova nel mio piatto e su Bea di fronte a me.
Il pranzo passa tranquillo tra le chiacchiere e le risate quando la mia amica cerca di raccontarmi cosa sia successo questa mattina.

In questo momento nulla sembra essere cambiato da quei pomeriggi trascorsi insieme a parlare invece che a studiare.
Bea mi racconta di come ha tentato di fare una passeggiata da sola perdendosi. In meno di mezz'ora non sapeva più dove si trovasse e la stava assalendo un attacco di panico. Si era rilassata solo quando si era ricordata di avere con sé il telefono che aveva utilizzato per riuscire a tornare sui suoi passi.

"Come fai a dimenticarti di avere il telefono?" Scoppio in una risata che porta gli occhi di tutti i clienti del ristorante su di me per la milionesima volta, credo.
"Sei davvero una grande amica."
Il suo viso si corruga in una specie di espressione offesa che la rende somigliante a una bimba capricciosa.

"Comunque non voglio stare chiusa in casa questo pomeriggio."
"Stai cercando di sviare il discorso?"
"Da cosa? Dai, sto solo chiedendoti di andare a fare un giro insieme."

Cerca di corrompermi utilizzando l'aria da cucciolo indifeso che le riesce tanto bene. Ma purtroppo la conosco troppo bene, e so quali sono le sue intenzioni quasi meglio di lei. Dopo anni non cado più nel suo trabocchetto.

"Oh va bene. Non è un problema se chiamo Alex per avvisarla e dirle di venire con noi, vero?"
"No, perché me lo chiedi?"
"Era solo per sapere. Sai potrebbe sempre capitare di parlare di gente che si perde per le strade di New York..."
"Spiritosa."
Mi risponde in tono ironico aggiungendo una linguaccia per dare più enfasi alla sua risposta.

*** *** ***

Dopo il pranzo trascorriamo qualche ora da sole. Non parliamo molto, anzi non lo facciamo quasi per nulla.
E per qualche ora riesco a tornare realmente agli anni passati con Bea. Ricordo tutti i nostri discorsi sconclusionati, tutte gli sguardi che hanno significato più di molte altre cose.

Lacrime & DiamantiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora