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I raggi solari mi colpivano il viso e lo riscaldavano con il loro tepore. Inalavo il profumo naturale che rilasciavano i fiori e mi beavo del silenzio che mi circondava. Ero proprio lì, nel mio Locus Amoenus: l'unico luogo in cui potevo rilassarmi e non pensare più a nulla. Niente lavoro. Niente urla. il posto ideale dove lasciarsi andare e non pensare più a nulla.

Alzai il viso verso il cielo, i due grandi abeti sotto cui mi ero rifugiata creavano un enorme capanna con il loro fogliame e permettevano ai raggi solari di filtrare parzialmente.

Ero una delle tante fanciulle delle Campagne del Sud, cresciuta in una famiglia di contadini e circondata da numerosi fratelli. Il caos regnava sovrano nella mia vita, a partire dalle cinque del mattino fino alle dieci sera. La mia vita ruotava attorno alla mia famiglia, il mio compito era quello di contribuire quanto più possibile alla nostra sopravvivenza. Non potevamo permetterci il lusso di una famiglia Reale, né l'agiatezza di una famiglia benestante, potevamo al massimo permetterci un pollaio, due cavalli ed una mucca.

Amavo il luogo in cui ero nata, ma odiavo la vita per avermi privata di tutto ciò che ritenevo di vitale importanza, come l'educazione, ad esempio. Ogni giorno mi precipitavo nel mio Locus Amoenus scoperto all'età di dodici anni e ci restavo per massimo un'ora, evitando così di ritrovarmi a fine serata sfinita e con dolori.

Quando mi resi conto che il tempo a mia disposizione era ormai scaduto, decisi di tornare a casa, ma non prima di aver raccolto un bel mazzo di fiori da portare a mia madre.

Dopo dieci minuti iniziai a scorgere in lontananza la baracca che mi aveva accolta dalla nascita fino a quel momento e mi soffermai qualche secondo per contemplare le tegole irregolari in legno che costituivano il tetto; esse erano state danneggiate dall'ultima tempesta della scorsa settimana e mio padre aveva il compito di ripararle. Quella non poteva assolutamente definirsi una casa stabile in cui abitare, era un pericolo per tutti noi: alta almeno quattro metri, fatta interamente in legno e con massimo tre stanze; la cucina era composta dagli oggetti domestici essenziali, tra cui anche il tavolo su cui cenavamo e pranzavamo, una delle tre camere era occupata dai miei genitori, l'altra da me e dai miei fratelli, per nostra sfortuna il bagno si trovava all'esterno, esattamente accanto alle stalle dei cavalli. Ogni anno dovevamo apportare modifiche affinché non crollasse, avevamo bisogno di andare via da lì, ma i miei genitori erano molto tradizionalisti e sostenevano che la casa ereditata dalla nonna dovesse restare immacolata.

Mi decisi dunque ad entrare e cercai il secchio dove avevo messo tutti i fiori raccolti in quella settimana.

«Altri fiori Meredith? Se continuate a raccoglierli, non ci sarà più spazio dove metterli», entrò mia sorella con in mano un secchio pieno di latte di mucca.

«Vi prometto che domani non li raccoglierò», dissi colpevole e abbassai il viso. Purtroppo, ahimè, ero consapevole che non potevo riempire la casa di fiori, ma almeno essi avevano la facoltà di abbellire la baracca e di eliminare i cattivi odori proveniente dalle nostre pelli.

«Lo avete detto anche ieri. Adesso andate a raccogliere le uova, questa sera non avremo quasi nulla da mangiare.»

«Oh, no. Nostro padre non ha trovato nulla?»

Scosse la testa e si alzò in punta di piedi per prendere dalla mensola più alta un barattolo di marmellata. «No, i nostri fratelli sono andati al fiume per pescare; i conigli sembrano essere fuggiti di punto in bianco.»

Fissai imbambolata il barattolo di marmellata ed allungai il braccio destro per prendere il cestino da sotto il tavolo. In casa era raro avere della marmellata e, quando c'era, la davamo ai più piccoli. In diciotto anni l'avevo assaggiata solo due volte, ma erano bastate per far scattare in me la scintilla del vero amore.

Sentimenti OscuriDove le storie prendono vita. Scoprilo ora