3. ALCUNE VOLTE È MEGLIO SOFFOCARE IL DOLORE

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MARCUS

Erano tre notti che non riuscivo a dormire e tre giorni che non la smettevo di torturarmi il cervello. I pensieri, uno dopo l'altro, incasinavano la mia mente. Presto Melissa sarebbe stata a poche miglia da me e sapere che non potevo minimamente avvicinarmi a lei mi annientava.

Ero arrabbiato... No, furioso, dopo l'ennesima discussione con Katherine che non aveva portato a niente di buono.
Lei era convinta che non fosse ancora arrivato il momento di rivelare la verità a Melissa. Riteneva che non fosse ancora pronta. Io, invece, custode di un segreto condiviso con lei da anni, sapevo benissimo che fosse capace di affrontare la verità.

Katherine si sbagliava di grosso, lei era più forte di quanto tutti credessero.

La discussione degenerò quando disse che finché Melissa fosse stata fuori dal nostro mondo, anche se per soli pochi mesi, sarebbe stata al sicuro, libera di vivere come meritava, lontana da tutto lo schifo di cui il mondo era ricoperto. Erano le stesse parole che aveva usato Zaira, la madre di Melissa, per giustificare quell'assurda decisione.

L'idea che preferissero avere accanto un surrogato mi mandava in bestia. Io volevo indietro la mia Mel, quella divertente, buffa, innocente, forte e temeraria. Rivolevo la persona di cui mi ero perdutamente innamorato. Certo, desideravo anch'io saperla felice e al sicuro, ma non a questo prezzo.

La decisione di Zaira mi aveva condannato a vivere ogni giorno ad un eterna sofferenza. Ecco perché quella sera avevo deciso di sfogarmi in palestra, prendendo a pugni il sacco pieno di sabbia.
Almeno mi sarei distratto per un po'.

<<Per quanto tempo hai ancora intenzione di prendere a pugni quel sacco?>> Mi schernì Alex, mentre avanzava nella mia direzione.

<<Lasciami in pace Alex!>> Gli risposi, bruscamente.

<<È ora di andare, dobbiamo essere da Katherine fra mezz'ora.>>

Non avevo nessuna intenzione di andare con loro... Almeno non questa volta. Non avrei potuto tollerare il peso di restarle lontano. Inoltre, a pensarci bene, non avrebbero avuto bisogno anche della mia presenza. Tre di loro erano più che sufficienti per fare da scorta e allo stesso tempo non destare sospetti.

<<Io non vengo.>> Lo informai, mentre assestavo un colpo dietro l'altro.

Con entrambe le mani Alex bloccò il sacco che stava oscillando come un pendolo impazzito. I suoi riflessi naturali, erano sempre più veloce dei miei e non riuscii a prevederlo.

<<Non puoi rifiutarti! E poi abbiamo bisogno di te.>> Incalzò serio. <<Nel caso di uno scontro.>>

Mi passai il braccio sulla fronte sudata cercando di mantenere il controllo. Sapeva quanto m'infastidisse essere interrotto in quel modo durante gli allenamenti.

<<Non questa volta.>> ribadii a denti stretti.

Come faceva a non capire quanto mi costasse questa missione? Averla vicino e non poterla toccare?

<<Ma che ti prende!? Non ti riconosco più! Da quando ti tiri indietro davanti ad una missione come questa? È di Melissa che stiamo parlando!>>

Avrei voluto farlo tacere vomitandogli addosso tutta la rabbia che avevo
covato dentro di me, ma non volevo prendermela con lui, non sarebbe stato giusto.

Controllai il mio potere, anche se mi costò un certo sforzo e cominciai a srotolare le fasce strette attorno alle mani sanguinanti, per poi lasciarle cadere sul parquet chiaro ormai consumato dagli anni di allenamenti.

Mi avviai verso la panca dove avevo abbandonato il borsone e il giubbotto di pelle nera.
<<Vattene Alex.>> Lo intimai, mentre afferrai l'asciugamano.

Alex si ostinava a restare lì, convinto che forse questa volta avrei ceduto. Ma si sbagliava... Oh, quanto si sbagliava!

Mi tamponai il collo e la faccia, eliminando ogni residuo di sudore, infilai l'asciugamano nel borsone e infine raccolsi il giubbotto.

<<Dove credi di andare!?>> mi ammonì aspramente, mentre io mi portavo il borsone sulle spalle e senza degnarlo di uno sguardo né di una risposta, imboccai la porta per raggiungere il piano di sopra.

Non potevo sopportare un minuto di più la sua presenza, né tantomeno la sua predica.
Dovevo allontanarmi più in fretta possibile da lui prima di cedere alla tentazione di dare libero sfogo alla mia frustrazione.

Mentre attraversavo l'ampio salone di quella che era casa mia, affollata dalla maggior parte dei Difensori con i loro sguardi puntati su di me, mi sentii trattenere per un braccio.
<<Hei Marcus, tesoro.>> Squittì Hildr con un tono così mieloso che m'infastidì più del solito.

Strattonai il braccio per allontanarla da me, senza preoccuparmi dei suoi sentimenti, se mai ne avesse avuto qualcuno. A letto era un'amante perfetta, ma fuori era il ricordo del mio tradimento.

Mi facevo schifo.

Come avevo potuto continuare a cercare di eclissare il mio amore per Melissa in quel mondo? Sapevo che non me lo avrebbe perdonato... che io non me lo sarei mai perdonato.

Ero caduto troppo in basso.

Salii le scale e andai in camera mia, dove abbandonai il borsone ai piedi del lett,  prima di andare in bagno mosso dalla necessità di una doccia fredda. Speravo che oltre le tracce di sudore, potesse in qualche modo eliminare tutto lo sporco che mi sentivo dentro e magari comgelarmi per un po' il cervello.

Tornato in camera mia, tirai da fuori dll'armadio un paio di jeans neri e una maglia scura indossandoli con gesti meccanici, raccolsi il portafoglio da sopra la cassettiera e scesi al piano di sotto. Ignorai, come prima,  i pochi Difensori rimasti, mi avvicinai all'appendiabiti e afferrai il giubotto in pelle e uscii all'aperto sbattendomi il portone dietro le spalle.

Una volta fuori, un vento freddo mi scompigliò i capelli. Indossai il giubbotto e alzai lo sguardo verso il cielo coperto da un manto di nuvole grigie che nascondeva l'immensità buia. Quel cielo era il riflesso della mia anima.

Questo paese era così diverso da quello in cui abitava lei. Non le sarebbe piaciuto vivere qui, in uno dei posti più piovosi degli Stati Uniti d'America, amava troppo sentire il calore del sole sulla sua splendida pelle e contemplare il cielo limpido o rotolarsi sull'erba verde tra i fiori di campo. Ricordavo ancora la sua risata fresca e genuina di quando, da una bassa collina a Capraia, si era rotolata giù fino in pianura ridendo e urlando il mio nome e incitandomi a raggiungerla. Provai un'altra stretta al cuore a quel pensiero, l'ennesimo.

Feci un lungo respiro per alleviare il dolore e m'incamminai lungo il viale, verso il garage.
Avevo bisogno di una corsa in moto per allentare la tensione.

Non riuscivo a togliermi dalla testa la promessa che le avevo fatto: l'avrei amata per sempre e sempre l'avrei trovata per riportarla da me e ricordarle chi fosse. Tuttavia l'ultima volta che ci avevo provato, qualcosa era andato storto e non ero riuscito a riportarla da me. Lo sconcerto nei suoi occhi mi tormentava ancora.
Speravo con tutta la mia anima che sarebbe stata questione di giorni, forse di mesi prima che ritornasse ad essere di nuovo lei. L'unico timore in che modo avrei dovuto aspettare che gli ultimi granelli di sabbia scivolassero lungo l'involucro di vetro, in attesa che sarebbe stata di nuovo mia per sempre.

Non avevo ancora capito come fare a spezzare l'incantesimo che la teneva lontano dalla mia vita e dal suo mondo al quale appartenevo anch'io, ma non mi sarei mai arreso. Mai lo avrei farro, qualunque fosse stato il prezzo da pagare.

Dentro al garage, con la consapevolezza che avrei passato un'ennesima notte da schifo, puntai dritto verso la mia Yamaha R1 e con un gesto della gamba salii in sella, indossai il casco e misi in moto.

Sentire ogni volta quella leggera vibrazione sotto le gambe mi faceva assaporare l'ebbrezza del rischio. Una cosa di cui ultimamente non riuscivo a farne a meno e quella notte ne avevo particolarmente bisogno. Così, tirai la leva della frizione, inserii la marcia e diedi libero sfogo ai 200 Cavalli.

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