1. IN VIAGGIO

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Guardavo fuori dal finestrino dell'auto bianca di papà, diretta verso l'aeroporto di Catania, senza riuscire a non pensare cosa mi sarei dovuta aspettare una volta giunta nell'unico posto in cui avrei ricevuto una buona accoglienza: l'America.

Perché è lì che abitava mia cugina Katherine, l'unica parente che era stata disposta ad ospitarmi.
In verità era stata l'unica scelta, l'unica alternativa.

La mia famiglia era tutto un gran casino: mio padre era figlio unico e i miei nonni paterni erano morti quando io avevo appena cinque anni. Non ricordavo nemmeno i loro volti se non grazie a delle fotografie che mio padre teneva conservate in un vecchio album di ricordi e che, di tanto in tanto, mi piaceva sfogliare.

Dei nonni materni, invece, non possedevo nulla, nemmeno un ricordo. Non li avevo mai conosciuti e mia madre ne parlava di rado.
Tutto ciò che sapevo era che sua madre, nonché mia nonna, era deceduta a causa di un infarto e  mio nonno, che viveva ancora a Triora, in provincia di Imperia, (il piccolo borgo in cui ero nata), non solo aveva qualche problema di salute che si trascinava ormai dietro da anni, ma non aveva mai accettato la relazione dei miei genitori.

Di sicuro lui non si poteva occupare di me, ma avrebbe potuto farlo zia Sofia, la sorella minore di mia madre, nonché madre di Katherine, se non fosse stato per il fatto che, dopo una devastante lite con mia madre, decise di non volere più niente a che fare con lei, trasferendosi definitivamente negli Stati Uniti D'America per realizzare i suoi sogni e venendo meno ai doveri familiari, lasciando tutte le responsabilità sulle spalle di mia madre.

Che dire di tutti gli altri parenti? Era un enorme dilemma. Negli anni, si erano gradualmente dileguati sino a scomparire del tutto dalle nostre vite.
E così, alla fine, non ci rimase che Katherine.

Naturalmente si era mostrata entusiasta alla proposta di mio padre di mandarmi da lei per terminare gli studi. Anche a me sarebbe piaciuto... se solo fosse accaduto in circostanze diverse.

<<Sarà per poco tempo.>> Mi ricordò mio padre, smorzando il silenzio che era iniziato da quando eravamo partiti.

Non gli risposi.

Sapeva che il pensiero di dover trascorrere un intero anno lontano da casa, non mi entusiasmava.
Per tutta la settimana lo avevo supplicato di non farlo, ma irremovibile, non si era lasciato convincere.

Lo odiavo per questo.

Allontanarmi dalla mia casa, da ciò che custodiva e soprattutto da mia madre era per me un ennesimo dolore che si aggiungeva a tutti gli altri.

Non aveva idea dell'inferno in cui ero caduta.

Ogni giorno, nel momento in cui aprivo gli occhi, mi ritrovavo catapultata in una nuova realtà, dove mia madre non esisteva più, lui era diventato nient'altro che un fantasma ed io cercavo di sopravvivere al dolore costante, alla rabbia, ai sensi di colpa e all'incredibile vuoto che mi sentivo dentro.

Sospirò.

Ultimamente non faceva altro, soprattutto quando non sapeva cosa dire. Non era mai stato di molte parole, ma da quando mia madre ci aveva lasciati era peggiorato. Anche quando discutevamo, riusciva a liquidare il discorso con solo tre semplici e frustanti parole:
"Non si discute!"

Era passato più di un mese dal giorno in cui lei era morta e noi eravamo diventati quasi degli estranei.
Preferivo pensare che fosse stato il dolore a devastarci e ad allontanarci l'uno dall'altra, ma sapevo che era solo un diversivo per non affrontare l'amara verità: mio padre non mi amava più.

Tutto questo non faceva che alimentava i miei sensi di colpa, la rabbia e l'impotenza.

Non riuscivo a togliermi dalla testa che fosse stata tutta colpa mia.
Quel maledetto giorno, infatti, mi ero terribilmente ostinata a voler andare alla festa di compleanno di Davide; un ragazzo del quarto anno di cui mi ero invaghita, e lei era stata costretta ad accompagnarmi. Durante il viaggio di ritorno, un tir l'aveva travolta.

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