29. INTRAPPOLATA NEL PASSATO

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MELISSA

C'erano delle voci accanto a me, mormorii. No, bisbiglii infervorati. Mi giungevano da lontano e le parole le sentivo distorte e a volte a tratti.

Avvertivo una certa stanchezza e mi sentivo parecchio confusa per riuscire a dargli la giusta importanza. La mia testa cercava di tirare fuori un ricordo non troppo lontano, un ricordo che sentivo essere spaventoso, ma non avevo abbastanza forza per afferrarlo e tenerlo stretto a me. Avevo così tanto sonno...

<<Perché... Sveglia.. eglia... eglia.>>

<<Ha bisogno di... are... are.>>

<<È colpa mia... ia... ia.>>

Rilassai ogni muscolo e caddi nuovamente nell'oscurità.

<<Maaammaaa!>> Gridai dalla mia stanza nel tentativo di farmi sentire. <<Mammaaa!>>
<<Sono in camera!>> Urlò lei, dall'altra parte della casa.
La mia stanza era un totale disastro: il pavimento era scomparso sotto i venti scatoloni già pieni e sigillati e da altri dieci riempiti a metà, sul letto a una piazza e mezzo, giacevano un ammasso di pantaloni e maglioni ancora da piegare.
Andavo a rilento... e molto.
Nell'ultima settimana, non avevo fatto altro che impiegare le giornate dividendomi tra le mattine a scuola e i pomeriggi a disfare cassetti, mensole e armadio e adesso mi sentivo talmente stanca, con la schiena a pezzi e un sonno arretrato, che avrei voluto buttarmi nel letto e dormire per un anno intero. Ma non ero un lusso che potevo concedermi: mancava solo una settimana al nostro ennesimo trasloco ed io, ero in notevole ritardo.
Negli ultimi giorni avevo allentato il ritmo, riuscendo a riempire due scatoloni alla volta. Di questo passo non sarei mai arrivata in tempo.
Era questo uno di quei momenti in cui rimpiangevo l'assenza di una sorella. Il suo aiuto sarebbe stato prezioso, ma i miei genitori non erano intenzionati ad accontentarmi.
Lavorando entrambi, era già difficile per loro gestirne una di figlia. Non che io fossi un tipo complicato, ma lo era conciliare i loro orari ed impegni con i miei.
Per loro ero ancora troppo piccola nei miei undici anni, per potermela cavare da sola in piena autonomia, anche se io mi ritenevo abbastanza matura da riuscire a farcela anche senza il loro aiuto. 
<<Ho bisogno di altro scotch!>> La informai, dopo aver chiuso l'ennesimo scatolone e finito il secondo nastro adesivo.
<<Sopra il tavolo della cucina dovrebbe essercene un altro.>> M'informò.
Scavalcai alcuni scatoloni e mi precipitai in cucina percorrendo il breve corridoio. Trovai il nastro adesivo proprio dove mi aveva indicato la mamma, ma la mia attenzione fu rivolta a qualcos'altro, qualcosa di nero e grosso che si muoveva al di là della finestra chiusa, nascosta dalla tendina gialla e bianca.
Corrugai la fronte incuriosita e mi avvicinai con cautela, seguendo il movimento oscillante di quell'ombra sinistra. Con mano tremante scostai la tenda e sgranai gli occhi quando mi accorsi dell'enorme uccello nero che svolazzava avanti e indietro provocando con le ali un fruscio.
Mi sfuggii un urlo strozzato.
Non ne avevo mai visto uno dal vivo, né tantomeno uno dagli occhi blu oltremate, ma ne sapevo abbastanza, dai libri di scienze e dai documentari che spesso guardavo con papà, da sapere che si trattava di un corvo.
Un corvo grassoccio e lucido, con piume nerissime dai riflessi metallici blu-acciaio e con un robusto becco conico.
Quando si accorse della mia presenza non emise nessun vocalizzo, come invece mi aspettavo, ma si appollaiò semplicemente su un fil di ferro del bucato che, per il peso, si incurvò leggermente.
Cosa ci faceva da queste parti un corvo così grande?
Avrei dovuto esserne spaventata, soprattutto per il modo inquietante in cui mi fissava, ma invece, al contrario, ne ero completamente incantata. Avrei voluto aprire la finestra, ma avevo troppa paura che potesse entrare in casa. La mamma non ne sarebbe stata molto contenta.

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