Tornare alla routine e allo stress del lavoro dopo quella settimana passata a Monaco fu difficile. Come era sempre di più complicato fingere che tra me e il pilota numero 16 non ci fosse niente. Soprattutto se nel corso degli ultimi sette giorni il rapporto si era ancor di più rafforzato. Siamo rimasti nella nostra bolla tranne per gli impegni improrogabili di Charles e alcune uscite con i suoi amici a cui non poteva dire di no. Il tempo era volato velocemente fino al mercoledì sera, il momento in cui prendemmo l'aereo che sarebbe atterrato in Russia in vista della prossima gara.
Quello che non sapeva Charles, però, era che io quel sabato non ci sarei stata. Che quello, per me, era un giorno difficile e che avrei voluto rimuovere da sempre dalla mia testa.
-------------------------------------
Non mi ero preoccupato minimamente che quella mattina non avessi ancora visto Catherine. Succedeva spesso che uscisse prima dall'hotel per lavorare a più non posso con il team della rossa. Ero convinto seriamente che una volta arrivato al paddock, l'avrei trovata in un angolo del box con il suo computer davanti a studiare i tempi delle prove e tutti i dati che i meccanici le avevano dato. Ma quando arrivai di lei non ci fu traccia. Avevo anche provato a cercarla al di fuori del nostro motorhome, in qualsiasi angolo nascosto del circuito. Catherine, però, non c'era. E per quanto le avessi promesso di essere discreto, di non rivelare di noi, di non creare sospetti, avevo bisogno di capire, di sapere per quale motivo non ci fosse visto che ieri era qui. Mi sembrava impossibile la possibilità che stesse male. Non riuscivo a spiegare cosa potesse essere successo.
A passo svelto mi diressi nell'ufficio di Mattia Binotto. L'eventualità che potesse succedere ciò che già era successo mesi fa, faceva crescere una rabbia forte dentro me. L'ultima volta che ero stato qui insieme alla ragazza inglese, lei era stata licenziata per assumere un ragazzo con una raccomandazione. Speravo vivamente che non si trattasse di questo o altrimenti non avrei risposto delle mie azioni. Mi sembrava impossibile, comunque, che Catherine me lo avesse potuto nascondere.
Bussai alla porta e aprii senza attendere risposta. Il panico mi stava entrando velocemente nelle vene, come anche la sensazione che qualcosa mi stesse sfuggendo.
L'espressione di sorpresa dipinta sul team principal non mi frenò dal fare la domanda che mi girava in testa sin dal momento in cui non l'avevo vista.
"Perchè Catherine non è qui?" chiesi rimanendo vicino alla porta. Quasi con un piede fuori con la speranza di sapere che in realtà era lì nascosta in un angolo che mi era sfuggito. E non mi interessava molto del viso di Mattia che dal sorpreso divenne confuso. Stavo semplicemente chiedendo per quale motivo un membro fondamentale del mio team non fosse presente. Non era niente di insolito, ma probabilmente ciò che non dava l'idea di essere normale, era il terrore nel mio sguardo, la paura che potesse essere successo qualcosa. Non dopo quella settimana a casa mia passata in tranquillità e dove tutto sembrava andare più che bene. Che non mi fossi reso conto di qualcosa? L'ennesima paranoia? Il ritorno della paura? Ripensamenti?
Stavo impazzendo e necessitavo di una risposta, perciò riformulai la domanda. Solo in quel momento Binotto smise di studiarmi.
"Non so per quale motivo tu me lo stia chiedendo, e forse preferisco non esserne a conoscenza. In ogni caso si è presa uno dei giorni di ferie stabili per contratto" rispose per poi riprendere a studiare i documenti posti sulla scrivania davanti a lui. Cosa che stava facendo prima che lo interrompessi. La sua risposta non fece altro che aumentare i miei dubbi e la paura che si stesse tirando di nuovo indietro.
"Non sai per quale motivo?" chiesi ancora. E nonostante stessi sicuramente incrementando i sospetti sul mio comportamento, non mi interessava molto. In quel momento avevo bisogno di risposte. Di lì a poco avevo delle prove libere e dopo poco le qualifiche. Non avevo tempo di tornare in hotel e verificare che non se ne fosse andata. Non potevo neanche salire in macchina con quei pensieri in testa. Non potevo.
Mattia rilasciò un respiro pesante prima di riportare il suo sguardo nel mio.
"Non ho il diritto di chiedere e tanto meno di dire a te i motivi per cui i dipendenti prendono una giornata di ferie, Charles. Si chiama privacy e, tra l'altro, non capisco per cosa tu sia preoccupato. Non c'è bisogno di lei oggi. Non devi neanche fare realmente le qualifiche. Avrai il cambio di power unit perciò tranquillo. Detto questo ti pregherei di lasciare il mio studio e andare a prepararti visto che manca poco alle prove libere" rispose per poi congedarmi con un gesto svogliato della mano. In quel momento me ne fotteva poco delle prove libere, men che meno di ciò che pensasse Binotto. Volevo solo uscire dal circuito, andare in albergo e cercarla lì. Avevo bisogno di parlarle e avere la consapevolezza che non stesse scappando per l'ennesima volta. Non riuscivo neanche a pensare alla possibilità di perderla di nuovo.
Ma se avessi lasciato il paddock, ci sarebbero state ripercussioni sulla mia carriera e il mio posto in Ferrari, e nonostante la tentazione di mandare tutto a quel paese fosse allettante, sapevo che se avessi fatto una cosa del genere Catherine non mi avrebbe mai perdonato. Soprattutto dopo che lei stessa aveva più volte cercato di salvare la mia immagine.
Perciò, anche se non del tutto convinto, e con la testa altrove, uscii dall'ufficio del principal della rossa e salii in macchina.
Quando misi piede fuori dalla vettura la mia unica intenzione fu andarmene da lì il prima possibile. Dovevo correre in albergo e assicurarmi che Catherine fosse ancora lì. E fu la prima cosa che feci una volta arrivato alla hall. Chiesi con urgenza alla receptionist se avesse abbandonato la sua camera e tirai un sospiro di sollievo quando la risposta fu negativa. Però la sensazione che qualcosa mi sfuggisse, era ancora troppo viva dentro di me da non riuscire a frenare del tutto il panico che mi aveva investito da quella mattina.
Corsi per le scale non volendo attendere l'ascensore troppo piena di gente e che mi avrebbe fatto perdere solo tempo. Non appena fui davanti la sua stanza bussai. Non ricevetti risposta. Se non era lì doveva essere da qualche parte nell'edificio. Non era uscita quella mattina, me lo avevano assicurato. Bussai di nuovo e ancora solo silenzio ottenni. Decisi quindi di provare a vedere se fosse sulla terrazza. Sapevo quanto amasse e, allo stesso tempo, avesse bisogno di uscire all'area aperta. Odiava gli spazi chiusi e troppo affollati. Perciò se non si trovava nella sua camera doveva essere per forza lì.
Quando aprii la porta e venni investito dal freddo non indifferente della Russia, non la vidi. La realtà mi colpì in faccia provando in me sia rabbia che paura. Era in stanza, ma non voleva parlarmi, fare entrare e tanto meno vedermi. Cosa cavolo stava succedendo?
Scesi di nuovo al suo piano e con più insistenza, e anche con più impazienza e fastidio, bussai alla porta. Per la terza volta non ebbi risposta.
"Catherine, so che sei lì dentro e non me ne andrò finchè non ti deciderai ad aprire. Quindi risparmiati questa perdita di tempo e apri questa porta" dissi cercando di contenere la mia rabbia. Non potevo pensare al fatto che stesse rinunciando di nuovo a noi. Che volesse, ancora una volta, tagliarmi fuori dalla sua vita. Non potevo valutarne neanche la possibilità. Era diventata indispensabile per me e non c'era modo di tornare indietro. Non ora. Non dopo che avevo assaporato la quotidianità con lei. Non dopo averla portata a casa mia. Non dopo averla vista dormire nel mio letto.
"Sul serio, se non apri questa fottuta porta la butto giù. Te lo-" aggiunsi, quando ancora non si degnò di rispondere, non riuscendo più a trattenermi. Ma venni interrotto dalla porta che finalmente venne aperta.
Ciò che mi ritrovai davanti, non era quello che mi aspettavo di certo. Tutta la rabbia si era dissolta nel vedere la ragazza inglese con lo sguardo spento e gonfio. Doveva aver pianto tutto il giorno e, a quel pensiero, mi pentii di non essere corso subito lì. Non dissi niente, nonostante avessi voglia di fare mille domande per capire il motivo del suo stato. Sapevo, però, che se avesse voluto parlare lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. Forzarla si era rivelato più volte disastroso.
Tutto ciò che feci fu stringerla tra le mie braccia, nonostante la paura di essere rifiutato, ma quando anche lei si ancorò a me in una presa ferrea, capii che il motivo del suo stare male non fossi io. Non potei che tirare, per un certo verso, un sospiro di sollievo.
STAI LEGGENDO
I Need You // Charles Leclerc
RomantizmLei non sapeva cosa volesse dire avere bisogno di qualcuno al suo fianco. Troppo impegnata a lasciare i sentimenti fuori per non soffrire. Troppo sovrastata dalle paure dovute al suo passato tormentato. Puntava solo a eccellere nel suo lavoro. Quell...
