Capitolo due

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Mi svegliai a notte fonda, incapace di prendere sonno.
Il mio posto sicuro era il lago nero di Hogwarts: lì riuscivo sempre a calmarmi e a scacciare i pensieri più pesanti. L'acqua aveva su di me un effetto quasi ipnotico, ordinato, come se avesse dentro di sé quella pace che io non trovavo mai dentro di me.

Un controsenso, a pensarci bene.
Io, Flavia Malfoy, secondogenita di Lucius Malfoy, che in teoria avrebbe dovuto rappresentare disciplina e perfezione, in realtà ero un caos vivente.

Mi cambiai in fretta, presi il diario e uscii dal dormitorio, facendo attenzione a non svegliare nessuno. Attraversai la sala comune: il fuoco verde stava morendo e l'oscurità avvolgeva tutto in un silenzio irreale.

Uscita dal castello, raggiunsi il lago.
Mi sedetti a terra, appoggiando la schiena a un albero, e lasciai che lo sguardo si perdesse nell'acqua calma che lambiva la riva. La notte era così fitta che l'acqua sembrava davvero nera.

Una valanga di pensieri mi travolse.
Terence era sempre stato uno stronzo. Anche quando stavamo insieme. Anzi, soprattutto allora. Mi aveva portata ad annullarmi, e io non volevo vivere così. Per questo lo avevo lasciato. Riaverlo di nuovo nella mia vita era l'ultima cosa che desideravo.

Aprii il diario e iniziai a scrivere. Buttare i pensieri su carta mi aveva sempre aiutata: quando non riuscivo a parlarne nemmeno con Astoria, scrivere diventava la mia ancora di salvezza. A volte un pezzo di carta sapeva capirmi più delle persone.

Mentre scrivevo, sentii dei passi. Passi familiari.
Mi voltai di scatto, spaventata: era solo Weasley.

«Non spaventarti, Brontolo» disse con una risatina.
Non la ricambiai. Non avevo voglia di battibecchi quella sera, né tantomeno di farmi vedere così da lui.

«Che vuoi?» sbuffai, richiudendo il diario.

«Come siamo scontrosi, Malfoy. Luna storta stasera?»

Il suo tono arrogante non lo abbandonava mai. Sempre così... irritante.

«Sono venuta qui per stare da sola. Se hai intenzione di rompere le palle, dillo subito e me ne vado.»

«Decisamente hai la luna storta» rise. «Calmati, Malfoy, vengo sempre qui. E poi... dovevo ridarti questo.»
Mi porse il libro che mi aveva sottratto qualche ora prima.

Lo presi senza fiatare e tornai ad appoggiare la testa al tronco.

Un silenzio improvviso scese fra noi. Nessuna battuta, nessun commento sull'incontro a cui aveva assistito. Solo silenzio.
Ma non era imbarazzante. Era pieno. Uno di quei silenzi che, a volte, parlano più delle parole.

D'un tratto, George ruppe l'equilibrio:

«Chi era?» chiese, fissandomi.
E per la prima volta mi sembrò che mi vedesse davvero. Nessuna arroganza, solo curiosità... e qualcosa d'altro che non riuscivo a decifrare.

«Ti interessa?» domandai, scostandomi una ciocca di capelli dal viso.

«Non dovrebbe.»

La sua risposta mi fece alzare un sopracciglio. Non tanto per le parole, ma per il tono: come se, invece, gli importasse eccome.

«Appunto. Non dovrebbe, e io non ho motivo di dirtelo. Perché devi sempre insistere?»

«Te l'ho detto che non ti avrei lasciata in pace» ribatté, e quando aprii la bocca per replicare, insistette ancora: «Quindi, chi era?»

Mi voltai verso di lui. Gli occhi leggermente rossi, lo sguardo lucido: aveva bevuto.

«Hai bevuto» constatai.

𝐑𝖾𝗐𝗋𝗂𝗍𝖾 𝐓𝗁𝖾 𝐒𝗍𝖺𝗋𝗌 || 𝐆𝖾𝗈𝗋𝗀𝖾 𝐖𝖾𝖺𝗌𝗅𝖾𝗒Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora