Capitolo 34.

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𝓡𝓲𝓬𝓬𝓪𝓻𝓭𝓸

L'infermiera di turno è davvero gentile nei miei confronti e nel vedere che il mio cuore non sembra tranquillizzarsi, mi propone di ascoltare in po di musica.

<<Ti piace qualcosa in particolare?>> mi domanda prendendo in mano il suo telefono.

<<Si può mettere la musica mentre ci si opera?>> chiedo alquanto incredulo.

<<In realtà no, nei casi in cui l'operazione sia qualcosa di molto grave e che richiede particolare attenzione da parte dei medici. Ma in questo caso è una semplice cucitura, perché nessun organo è stato compromesso e la ferita non è così profonda come temevano. Perciò possiamo mettere un po' di musica a basso volume se ti tranquillizza.>>

<<Vuole sapere cosa mi farebbe stare davvero tranquillo ora?>> dico, tentando di sfruttare l'ormai evidente simpatia dell' infermeria nei miei confronti.

<<Che cosa?>> chiede curiosa.

<<Vorrei parlare con una persona, vorrei sapere come sta.>>

Ovviamente la mia mente pensa a lei. Ho bisogno di sapere che lei è al sicuro, che non ha paura, che sta bene. Ho bisogno di sapere che questa cicatrice che mi porteró a vita sulla pelle sappia di dolce, e che non porti con se un amaro ricordo. Ho bisogno di sapere che lei non è sola, che sappia di non esserlo. Vorrei dirle che prenderei altre cento coltellate pur di difenderla e metterla in salvo da tutto ciò che la spaventa.

<<Non appena finiamo qui ti faccio chiamare chi vuoi>> dice l'infermiera, alludendo al fatto che la musica era l'unica cosa che mi avrebbe concesso.

<<D'accordo>> concedo dispiaciuto.

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<<Allora, come ti senti?>> domanda la dottoressa una volta uscito dalla sola operatoria e portatomi in stanza.

<<Non ho sensibilità dalla vita in giù, ma apparte questo direi bene. Ora posso fare la mia telefonata?>> chiedo insistente.

<<Certo, a breve ti faremo chiamare chi vuoi. Nel frattempo sono arrivati gli infermieri del reparto>> dice indicando due persone alle sue spalle vestite con camice blu, <<per qualunque cosa hai bisogno puoi chiamare loro con il bottoncino rosso che hai sulla spalliera del letto. Io tornerò domani mattina a farti visita per vedere come guarisce la ferita. Evita movimenti bruschi e se devi andare in bagno chiama aiuto, per ventiquattro ore circa l'anestesia resterà in corpo e, anche se ti sembrerà di riavere sensibilità alle gambe tra un paio di ore, non devi alzarti di scatto e non puoi muoverti da solo. È tutto chiaro Riccardo?>> domanda in conclusione.

Annuisco con il capo e rivolgo il mio sguardo ai due che si trovano ancora alle sue spalle.
La dottoressa si congeda dalla stanza e io la ringrazio prima che vada. Una volta rimasto solo con i due, comincio a studiare i loro volti: uno è un ragazzo sulla trentina, occhi marroni e pelato, l'altra è una donna sulla cinquantina con i capelli scuri e corti, occhi blu contornati da matita nera e qualche ruga.

Il ragazzo si rivolge a me poco dopo l'uscita della dottoressa <<senti lo stimolo di urinare?>>.

<<A dire il vero non sento niente. Non credo di dover andare in bagno>> ammetto.

<<Per qualche ora la tua sensibilità sarà compromessa, perciò ti metto la scodellina sotto così che se dovessi urinare senza accorgertene per lo meno non la fai nel letto.>>

Lo guardo muoversi attorno a me, mentre domanda aiuto alla collega per sollevarmi i fianchi e posizionare l'aggeggio sotto il mio gluteo.

<<Posso fare una chiamata?>> domando.

𝕋𝕙𝕖 𝕎𝕒𝕣 𝕀𝕟𝕤𝕚𝕕𝕖 Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora